Sermig

Lei non sa chi sono io


di Francesca Fabi - Che anni gli anni ’80! Per il Sermig sono stati il tempo della speranza, di un rudere da trasformare in Arsenale di Pace, di sogni da riempire di idee, slanci, attese. Soprattutto, di incontri. Giovani, adulti, anziani. Ognuno portava quello che aveva, ma soprattutto quello che era. Una volta, arrivò anche un signore distinto. “Mi fermò, mi abbracciò – ricorda Ernesto Olivero – e con le lacrime agli occhi mi disse parole che mi entravano nel cuore”.

Un martedì sera, Ernesto lanciò uno dei suoi tanti appelli. Erano settimane di grande lavoro. Fra’ Costantino Ruggeri, architetto legato in profondità alla storia del Sermig, aveva suggerito di realizzare la chiesa dell’Arsenale nel sottotetto. Una scelta particolarissima e anche ardua, perché la struttura non avrebbe retto il peso.

Sarebbero serviti interventi di rinforzo, calcoli, un progetto insomma. Ernesto prese così la parola. “Sabato ci troveremo tutti a lavorare; dovremo essere in tanti, perché prepariamo i locali della nuova chiesa”. “Vidi molte mani alzate, tra cui quella del signore che di tanto in tanto mi fermava. Domandò: “Accettate anche me?”. Tra di me pensavo: “Cosa faccio fare a questo vecchio distinto signore?”. Ma risposi: “Sì, certamente!”.

Il sabato dopo, si presentarono come sempre molti volontari. Erano quasi tutti ragazzi, ma tra loro c’era anche quel signore distinto.

“Pensando al suo eventuale arrivo – dice Ernesto – avevo preparato travetti di legno dai quali si dovevano togliere vecchi chiodi. Lui lo fece. Poi per un senso di accoglienza, parlando del più e del meno, gli dissi: “Accidenti, siamo un po’ nei pasticci: dobbiamo rinforzare la soletta su cui poggerà la nuova chiesa”. Quel signore sorrise, annuì e con estrema umiltà si fece avanti: “Sai Ernesto, questo sarebbe il mio lavoro. Io sono ingegnere”. Ernesto non se lo fece dire due volte: “Ah, bene, sono contento. Se vuole ci può dare una mano”. “Vorrei vedere i disegni”. Ernesto accettò. Il signore distinto appena vide che i calcoli erano firmati dall’ingegner Loris Dadam, disse subito: “Io non posso mettere mano a un lavoro senza l’autorizzazione del collega che ha firmato il progetto”.

Ernesto lo tranquillizzò, prese subito il telefono e chiamò Loris: “Sai, abbiamo un altro ingegnere che vorrebbe aiutarci nei calcoli della nuova chiesa”. “Bene – rispose Dadam – così ci dividiamo il lavoro. Come si chiama?”.

Ernesto non lo sapeva, perché non aveva mai osato chiederglielo. Con la cornetta ancora in mano, si voltò verso il signore distinto e chiese: “Mi scusi, mi ricorda il suo nome?”. E il signore: “Pizzetti”. “Loris, si chiama Pizzetti!”. Dall’altra parte: “Pizzetti? Ma è Pizzetti Giulio?”. “Non lo so”, risponde Ernesto, “Ora glielo domando. “Pizzetti e poi?”. Il signore distinto: “Giulio!”. “Ma Ernesto! Pizzetti Giulio è un professore di ingegneria famosissimo in tutto il mondo. Questa cosa è eccezionale!”.

Era proprio così. Ernesto senza saperlo aveva incrociato la vita e il desiderio di restituire di un numero uno. Giulio Pizzetti era davvero un ingegnere di fama, docente di Scienza e Tecnica delle costruzioni al Politecnico di Torino e nelle università di mezzo mondo. “Giulio – ricorda Ernesto – non mi aveva mai detto “Lei non sa chi sono io”, si era presentato fraternamente, senza titoli ufficiali e proprio per questo divenne uno degli amici più cari della casa. Fece il muratore in mezzo a noi, diventò il nostro confidente e anche noi diventammo i suoi confidenti”.

Giulio Pizzetti in fondo dimostrò con l’esempio che è possibile guardare la vita con gli occhiali giusti, dare fiducia ai giovani senza far pesare la propria esperienza, mettersi a servizio nonostante i titoli e un curriculum di peso, restituire qualcosa non per dovere, ma per senso di giustizia.

Speciale - Gli occhiali giusti 5/5 - NP aprile 2013