Sermig

Scalpellini dell'amore

di Corrado Avagnina - Come spesso succede nella trasmissione orale, da citazione a citazione, su un apologo si registrano diverse versioni o varianti. I mass-media sono stati appena sfiorati, a metà luglio, da uno spunto suggestivo rimesso in campo del premier Enrico Letta, commentando a sua volta un’immagine cara al suo maestro in politica, Beniamino Andreatta. Il riferimento era alla figura dello scalpellino medievale. Che fu artigiano artista senza nome blasonato e senza applausi particolari, ma con una consapevolezza, una tenacia, un’abilità… che non hanno avuto paragoni. Proprio perché dedito ad un’opera oscura ma destinata a dare lode senza clamori.

Il premier ha ricordato l’impegno persino maniacale degli scalpellini che curavano fino nei dettagli più minuti “le guglie più alte delle cattedrali, là dove solo i piccioni ed ovviamente Dio potevano apprezzare”. E questo stile è stato contrapposto alle voglie odierne (della politica, e non solo) di alzare polveroni, di fare battage, di sollevare clamori, di annunciare titoli, di inanellare promesse… tanto per avere spazio nella società dell’immagine, dentro i meccanismi mediatici, come se si esistesse solo nella misura in cui si fa parlare o scrivere di sé. Una certa politica, che purtroppo conosciamo, è imperniata su questa stortura (nella convinzione bolsa che il vociare ottenga consenso). Ma anche molti altri spicchi della vita personale e sociale pagano dazio all’apparire, trascurando l’essere, il fare, il realizzare, il sacrificarsi, lo spendersi sul serio.

Sempre sulla scia di questo mondo di pietre lavorate con cura e abilità, molti conoscono lo spaccato descritto in una annotazione sapienzal-popolare. Tre scalpellini, interpellati sulla loro fatica con mani callose e polvere di pietra, risposero ben diversamente, pur facendo la stessa cosa. Il primo ammise che per scolpire nella roccia era pagato, e tanto bastava. Il secondo ragionò sulle sue qualità di artigiano, con pratiche innovative per lavorare meglio (insomma un tecnico all’opera). Il terzo abbozzò un sorriso, con una lapidaria dichiarazione. “Io costruisco cattedrali”. Eh, già, c’è chi lavora e bada al sodo, c’è chi opera migliorando i risultati. C’è chi consuma tempo e talenti per l’Assoluto, per l’eternità, per il bello e… basta! Insomma c’è chi fa le cose giuste perché così vanno fatte. Punto.

Dentro questo quadro degli scalpellini, sta un po’ il ventaglio di senso per i grovigli di ogni tempo, in cui c’è da essere protagonisti, non a vanvera.

Lasciando da parte la politica con le sue fibrillazioni enfatizzate sui maxi-schermi dell’estate, forse merita fissare l’attenzione non curiosa ma sincera su tutti quegli scalpellini che costruiscono cattedrali nelle pieghe e nelle piaghe della nostra umanità. Già, perché sono loro le colonne nascoste che tengono su la baracca. Che anzi innestano la marcia in più, in stagioni di smarrimento e di precarietà. Sono scalpellini di valore tutti coloro che portano i pesi della sofferenza altrui, condividono il disagio di una malattia, si mettono in quattro nel volontariato, stringono i denti nel salvare il salvabile dentro una crisi che morde drammaticamente. Sono questi scalpellini coloro che fanno il loro dovere fino in fondo, anche se nessuno vede o apprezza. Sono questi scalpellini i padri e le madri di famiglia che seguono i figli con pazienza e coraggio perché non si perdano. Sono questi scalpellini le persone che credono nei capolavori dell’amore per l’altro, del farsi buon samaritano, del cingere il grembiule nel servire i fratelli.

Quarta pagina - Rubrica di NP ago-set 2013