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Cyber responsabili

di Luca Bolognini - “La privacy è morta”, disse il fondatore di Facebook qualche tempo fa. Altri sostengono che anche la proprietà intellettuale sia morta e che tutto debba essere libero e conoscibile nell’era digitale. Sarà pur vero, ma posso assicurare che il mondo si divide in due: da un lato quelli che usano le tecnologie tranquillamente e spensieratamente senza avere mai avuto problemi, dall’altro quelli che hanno causato o subito guai online. Mi spiego meglio: la mia visuale è quella dell’avvocato e del giurista, cioè di chi – come accade per un medico – affronta di frequente situazioni patologiche, nelle quali qualche problemino (o problemone) si è sfortunatamente verificato.

È sempre necessario conservare obiettività e serenità di giudizio, sebbene, a volte, per chi fa il mio mestiere questo risulti difficile e faticoso. Personalmente, non sono un bacchettone di internet e considero abbastanza tragicomiche le posizioni allarmiste di chi vede nella Rete un pericolo diabolico da fuggire; ho più di 2.000 amici su FB e circa 1.400 follower su Twitter, insomma non riservo certamente i miei profili sociali web 2.0 a pochi intimi. Ma, questo sì, sto attentissimo a dosare i messaggi e le disclosure, le rivelazioni relative alla mia vita privata in questi network (ho amici carissimi che, ogni tanto, mi rimproverano proprio per essere un po’ noioso negli aggiornamenti di status, non raccontando io, mai, cose riservate o troppo personali e famigliari su questi canali).

Siamo tutti molto spensierati e leggeri, navigando online, così come ci capita di esserlo in automobile, avvolti da sistemi di comfort ormai avanzatissimi e isolati dai rumori esterni: ma proprio come accade guidando l’auto, potrebbe crearsi la falsa illusione di essere indenni da brutti scontri, cosa purtroppo non vera e fuorviante. Quando capita, si spera mai, sono dolori: i dolori che un avvocato si sente raccontare dagli assistiti che sono stati vittime di abusi, di furti d’identità, di diffamazioni, di violazioni dei loro dati e delle loro immagini, di stalking e persecuzioni varie nate (anche) via web.

Come in ambito sanitario, vale il detto “prevenire è meglio che curare”. Ma come prevenire incidenti e come difendersi da crimini perpetrati online? Ci sono alcune accortezze da seguire. Cerchiamo di dichiarare poco o nulla della nostra vita famigliare e privata nei social network. Viviamo questi straordinari strumenti di condivisione per quello che sono: piazze virtuali, e in piazza non si lavano panni sporchi né si declamano sentimenti personalissimi. Pubblichiamo meno informazioni superflue sulla nostra identità e utilizziamo pseudonimi. I ladri di identità sfruttano i dati che noi rendiamo disponibili e lo fanno per ricostruire i nostri profili legali autentici: non è raro, purtroppo, il fatto di finire schedati in centrali rischi per cattivi pagatori perché alcuni truffatori hanno ricostruito i nostri codici fiscali e le informazioni anagrafiche per poi richiedere prestiti e finanziamenti in nostro nome. In questi casi, scoperto l’inganno, si procede a risolvere il problema con denunce e istanze legali, ma capite bene che, nel frattempo, non si passano momenti sereni. Poi, ricordiamoci degli strumenti di gestione della nostra privacy che, ormai, tutti i principali social network mettono a disposizione degli utenti: possiamo impostare le regole su chi possa leggere cosa pubblichiamo, possiamo creare cerchie più o meno ristrette di amici, e possiamo mascherare od oscurare dati specifici. Imparare ad usare bene questi pannelli di controllo è indispensabile, come sapere cambiare le marce e usare il freno in automobile.

Fin qui, però, abbiamo parlato di utenti come soggetti passivi dell’utilizzo di internet. Ma tutti noi siamo anche soggetti attivi. Insomma, non siamo solo potenziali tamponati in automobile, ma anche possibili tamponanti. Prevenire non significa solo difendersi dagli altri, ma anche difendersi da se stessi e dai guai che, con sbadataggine o non sufficiente consapevolezza, possiamo causare agli altri. La facilità del click, a volte, non ci fa riflettere sulla portata reale di quello che stiamo facendo: una semplice condivisione di contenuti su internet potrebbe configurare un reato, per esempio di contraffazione e violazione di copyright altrui o sostituzione di persona o diffamazione o violazione di corrispondenza o ancora, in casi ben più gravi e terribili, persino di pedopornografia o terrorismo. Reati puniti con anni di carcere. Inviare ad amici, per email, un contenuto che si reputa strambo e divertente potrebbe rivelarsi un boomerang rovinoso. È bene, comunque, non demonizzare i rischi dell’attività online ma tenerli ben presenti, essere prudenti come lo siamo off line, nel mondo in carta ed ossa.

La privacy sarà anche morta, per taluni, ma noi siamo vivissimi così come lo sono i nostri diritti fondamentali, da non trascurare mai e da rispettare nei confronti del prossimo.

Speciale In questo mondo di dati 3/5 - NP maggio 2013

La Babele di informazioni e di tracce che ognuno di noi lascia attraverso la rete. Il valore della responsabilità e dell'etica davanti ai mille risvolti della tecnologica: la privacy, l'uso commerciale dei dati, ma anche le opportunità.

Foto di Max Ferrero / SYNC