Sermig

Il dolore dei piccoli

di Gabriella Delpero - Ho letto recentemente che oggi nel mondo si parlano ben 6.500 lingue (anche se solo 250 di esse sono utilizzate da più di un milione di persone): è un numero impressionante, tenuto anche conto delle profonde diversità di ciascun idioma. Ci sono infatti lingue antichissime e lingue decisamente più giovani, lingue dalla grammatica complessa e lingue più snelle e dirette, lingue che privilegiano le immagini e altre che evidenziano le azioni. Pare che in Cina ci sia addirittura una lingua parlata solo dalle donne, una lingua tutta al femminile! Domandiamoci: a fronte di tanta abbondanza di possibilità espressive, c’è altrettanta e diffusa ricchezza di comunicazione tra gli uomini del nostro tempo? Sembra proprio di no. Anzi, più aumentiamo la nostra immersione nel mare della connessione totale, più ci ritroviamo sperduti e soli. Le possibilità di ininterrotto scambio con gli altri offerte dalla moderna tecnologia sembrano renderci più afasici, chiusi, a volte muti. Tant’è vero che sono in aumento i disturbi e le patologie che devono utilizzare il corpo per esprimersi e rivelarsi, non riuscendo più a trovare il linguaggio, le parole per dirsi.

Si sono fatti sempre più numerosi, per esempio, i casi di fobia scolare: ragazzini – e qualche volta anche bambini – che improvvisamente hanno manifestato una vera e propria impossibilità a continuare a frequentare la scuola, mostrando una serie di sintomi preoccupanti. Crisi acute d’ansia con difficoltà di respirazione, senso di costrizione al petto, nausea e conati di vomito, crampi addominali, tremori diffusi agli arti, svenimenti: ecco alcune delle manifestazioni più frequentemente riportate dai genitori. Ne è seguita spesso una lunga e complessa trafila di accertamenti medici, alla ricerca di una causa organica precisa, che spiegasse l’origine di tanto malessere e soprattutto indicasse con chiarezza la terapia più efficace. Il denominatore comune sembra essere l’inspiegabile comparsa di un’incapacità a far fronte all’ordinaria realtà quotidiana, sentita come un compito impossibile, un peso insopportabile. Francesco, ad esempio, è un ragazzo di 13 anni che frequenta la terza media, intelligente e socievole, figlio unico di genitori separati, molto coccolato dai nonni, che alcuni mesi fa ha iniziato a manifestare episodi di grave e acuto dolore addominale in seguito ai quali è finito più volte al pronto soccorso. Ogni indagine si è conclusa con l’esclusione di qualsiasi patologia gastro-intestinale, per cui i sanitari hanno ipotizzato la presenza di una somatizzazione d’ansia.

Roberta, invece, è un’alunna modello di quinta elementare, molto responsabile e matura, sempre pronta a dare una mano, primogenita di tre fratelli (gli altri due hanno rispettivamente 7 e 4 anni): per circa tre mesi non è più andata a scuola perché ogni mattina si svegliava in preda a forti mal di testa accompagnati da nausea e vomito. Gli specialisti hanno escluso malattie comuni o rare; ogni tentativo di terapia farmacologica sintomatica si è rivelato fallimentare.

Sara sta per compiere 15 anni, ha iniziato le superiori con qualche difficoltà e per intere settimane le è capitato di sentirsi male sull’autobus che la portava a scuola: soccorsa dagli altri passeggeri, è stata più volte condotta in ospedale, dove ogni accertamento ha dato esito negativo. Come affrontare queste situazioni?

Prima di tutto occorre offrire ai protagonisti la possibilità di parlarne, di raccontare ogni cosa, di esprimere dubbi e paure, di piangere, di chiedere aiuto. Dare la parola a ciò che succede dentro di noi è a volte il primo passo da compiere per imboccare la via d’uscita da un qualsiasi problema. La parola crea, è vita, è incontro. La parola dà significato e speranza. È bello imparare (e insegnare ai nostri figli) ad assegnare un nome alle sensazioni, ai sentimenti, alle angosce, ai dubbi.

Trasmettiamo la fiducia di poter essere ascoltati e capiti senza dover passare attraverso i comportamenti! Qualche volta è difficile, doloroso, faticoso. Ma è possibile. Aiutati e accompagnati a riaprire un dialogo aperto e sincero con i propri genitori ed insegnanti, Francesco, Roberta e Sara hanno a poco a poco ritrovato un po’ di serenità e ora stanno continuando – parallelamente a mamma e papà – un percorso di conoscenza di se stessi e dei meccanismi che li hanno portati in quel vicolo cieco. La strada è ancora lunga e l’impegno richiesto è notevole, in particolare per gli adulti. Ma vale la pena di percorrerla con coraggio.

“Dite: è faticoso frequentare i bambini. Avete ragione. Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli. Ora avete torto. Non è questo che più stanca. È piuttosto il fatto di essere obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli” (Janusz Korczak, pedagogo polacco).

Speciale Riparto da me 4/5 - NP gennaio 2014

Ognuno ha una storia fatta di gioie e slanci, ma anche di ferite e condizionamenti. Eppure, il passato non è una prigione. Chi lo accoglie, chi ha il coraggio di fare pace, può diventare una persona migliore. A volte, un maestro.