Sermig

La crocifissione

di Chiara dal Corso - La madre sotto la croce indica Gesù con una mano ed il suo collo con l’altra, gesto che riassume quel fortissimo dolore che deve aver provato, quel nodo in gola infinito che l’ha bloccata sotto la croce. Il discepolo amato, presente anche lui in silenziosa e dolorosa meditazione, in uno sforzo di capire nel cuore, di dare un senso a quello che sta capitando.

La scena resta inserita in un’armonia, non dà senso di smarrimento o di angoscia. La chiave è Gesù. Lui stesso non è mai rappresentato nelle icone della crocifissione con il corpo morto, dal colore cadaverico, né mai con molto sangue, e quando ha gli occhi chiusi e il capo reclinato sembra più addormentato che morto. Questo non per negare la morte di Cristo, che è stata reale, ma perché nell’icona è tutto presente, tutto contemporaneo: Gesù la morte ormai l’ha vinta, non è più in suo potere, c’è stato un attimo proprio per distruggerla, e da vittorioso consegnarci la speranza e lo Spirito per poterla vincere anche noi.

L’icona della crocifissione è l’immagine visibile di un mistero infinito, che non abbiamo ancora afferrato. È la fotografia dell’amore di Dio, la sua misura.

Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – con la passione e la morte di Cristo, che coinvolge tutta la Trinità, ci insegna che l’amore è vero quando è totale, quando mi fa accogliere l’altro così com’è, incondizionatamente, quando accetto la sua libertà anche nei miei confronti. L’altro può fare di me ciò che vuole. Dio l’ha fatto, nella croce ha vissuto proprio questo: si è messo nelle nostre mani, fino alla fine, fino a farsi uccidere, con il solo scopo di farci conoscere il suo Amore.

Così mentre noi conosciamo il suo amore, anche a Dio l’uomo si fa conoscere. E quando noi ci facciamo conoscere come siamo veramente? A chi facciamo conoscere anche gli aspetti che meno ci piacciono di noi? A chi non ci fa paura, a lui o lei di cui possiamo dire “so che mi ama”, e che anche vedendomi così, non romperà il suo amore per me, non smetterà di amarmi.

Dio in suo Figlio si è fatto piccolo e umile per poterci amare, e totalmente disarmato – così inoffensivo da non difendersi neppure per autodifesa –per non farci paura, per dimostrarci, con il fatto più estremo che poteva accettare, che da lui non dobbiamo temere nulla, non solo, ma che preferisce morire al nostro posto, purché non ci capiti del male, cioè per salvarci. L’uomo si fa conoscere a Dio nel suo lato più oscuro, nella violenza più ingiusta e mentre fa questo, Dio risponde con amore. Come non avere almeno un po’ di nostalgia per un Dio così? Come non desiderare di attingere al suo amore, di elemosinarne almeno un po’ per noi e per chi ci è vicino?



Uova e colori - Rubrica di NP febbraio 2013