Colombia, l’esecutivo trova un’intesa con le Farc

di Lucia Capuzzi - Il presente è il «tempo della pace» e il futuro prossimo quello «della riconciliazione», ha affermato, nell'ultimo messaggio di auguri alla nazione, il presidente Juan Manuel Santos. Non si tratta di retorica. Mai come ora, la Colombia ha la possibilità concreta di mettere fine a 52 anni di guerra, costati la vita a 230 mila persone. E sembra pronta a coglierla. Entro il 23 marzo governo e guerriglieri delle Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc) si sono impegnati a firmare la fine delle ostilità. L’accordo è ormai raggiunto.

Mancano solamente i dettagli tecnici. Un fatto sorprendente se si pensa alla tensione con cui si era aperto, a Oslo, il 18 ottobre 2012, il quarto negoziato per mettere fine al conflitto più lungo delle Americhe. Allora, la guerriglia aveva scagliato contro l’esecutivo un lungo j’accuse. Quest’ultimo aveva risposto con durezza. Poi, la trattativa si è spostata all’Avana e, al riparo dai riflettori, le parti hanno ammorbidito i toni. Le cinque questioni da discutere erano ardue: terra, narcotraffico, partecipazione politica, giustizia e disarmo. Eppure, non senza fatica, si è trovata un’intesa. Bogotà si è impegnata a realizzare una riforma agraria e restituire le terre ai sei milioni di sfollati interni, i miliziani hanno accettato di rinunciare al narcotraffico e di far valere le loro ragioni non sul campo di battaglia bensì in Parlamento, la smobilitazione, ormai accettata, è in via di definizione. Il reale scoglio – quello che ha rischiato di far saltare il tavolo – è stato quello della giustizia. Guerriglia e governo ne parlavano dal giugno 2014, senza venirne a capo. La posta in gioco era alta. Si trattava di definire il confine sottile tra giustizia e pace. O meglio, decidere «quanta giustizia» si fosse disposti a «sacrificare» per arrivare alla pace.

I rappresentanti delle Farc avevano più volte affermato di non essere andati all'Avana per finire dietro le sbarre. Il governo, però, non poteva concedere l’impunità. E non solo per la ferrea opposizione dell’ala irriducibile, guidata dall’ex presidente Álvaro Uribe, che rifiuta ogni forma di dialogo con le Farc: l’amnistia totale sarebbe stata inaccettabile per l’intera società colombiana. E per la comunità internazionale. Alla fine, il 23 settembre scorso, è arrivato il tempo delle concessioni «pesanti e dolorose», pur di far quadrare il cerchio. La guerriglia ha accettato di far sottoporre i propri esponenti, colpevoli di torture, sequestri e omicidi, a un tribunale composto da giudici nazionali e internazionali. Quanti ammetteranno le proprie responsabilità e risarciranno in qualche forma le vittime verranno sottoposti a pene restrittive per un massimo di 8 anni. Oltre a dover compiere atti di «giustizia restaurativa», come sminare i campi, contribuire allo smantellamento delle coltivazioni di coca, svolgere lavori sociali. Chi, invece, rifiuterà la collaborazione rischierà fino a vent'anni di carcere. Anche il governo, da parte sua, ha, però, accettato che non solo i guerriglieri vengano processati. Chiunque si sia macchiato di crimini gravi – siano essi militari o civili, come lo erano i principali finanziatori dei gruppi paramilitari di estrema destra – verranno deferiti alla Corte speciale.

Per sottolineare l’importanza dell’accordo trovato, entrambe le parti hanno voluto presentarlo con enfasi eccezionale. All’Avana sono volati Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko, il capo delle Farc e il presidente Santos. I due nemici giurati. Come ministro della Difesa durante la presidenza Uribe (2002-2010), Santos è stato l’artefice della lotta a oltranza alla guerriglia. Quell’epoca, però, è finita. Per sottolinearlo i due leader si sono presentati in guayabera (camicia larga) bianca e si sono stretti la mano. A quel punto, hanno comunicato il termine per il patto finale. Appunto il 23 marzo.

«La Colombia diventerà una speranza per altri conflitti», ha affermato il presidente Santos. E ha aggiunto: «Voglio riconoscere il passo che hanno compiuto le Farc. Siamo avversari ma ora avanziamo verso la stessa direzione: la pace», accogliendo l’invito «che ci ha fatto papa Francesco». La domenica precedente, al termine della messa a Plaza della Revolución, durante l’Angelus, il pontefice aveva esortato le delegazioni a «una definitiva riconciliazione», affinché «la lunga notte del dolore e della violenza, con la volontà di tutti i colombiani, si possa trasformare in un giorno senza tramonto di concordia, giustizia, fraternità e amore».

Un messaggio importante. Anche se Francesco – proprio come nel caso cubano – cerca di minimizzare il proprio ruolo, il sostegno della Santa Sede e della Chiesa colombiana è stato fondamentale per portare avanti il processo e farlo ripartire ogni volta che s’è incagliato. Lo hanno riconosciuto le stesse parti in numerose occasioni. Non a caso, l’altro gruppo guerrigliero – l’Ejercito de Liberación Nacional (Eln) – ha chiesto la mediazione dei vescovi per avviare una trattativa analoga. In un contesto di «terza guerra mondiale a pezzi», la Colombia potrebbe diventare, già dal prossimo mese, la dimostrazione che la pace è un’opzione possibile. E il male può durare a lungo, anche 52 anni. Ma non per sempre.


LATINOS – 
Rubrica di Nuovo Progetto

 

 

 

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