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“I care” davvero


di Sandro Calvani - Viviamo tutti una doppia vita, e pertanto siamo tutti un po’ disperati. Chissà quanti dei 7,4 miliardi di persone al mondo se ne accorgono con chiarezza. Io lo percepisco ogni mattina appena mi sveglio, più volte durante la giornata e la sera quando mi addormento leggendo qualche notizia che viene dal mondo e i suggerimenti saggi di alcuni amici su Facebook. Ci sono due mondi dentro e fuori di noi. Uno è il mondo della speranza che per esempio produce le nuove tecnologie che circoleranno su un’internet diecimila volte più veloce di quella che abbiamo; e le nanotecnologie che cureranno ogni cellula malata nel nostro corpo con correzioni genetiche trasportate da virus che sostituiranno le medicine; oppure la produzione di abbondante acqua dolce dal mare, che fornirà abbastanza acqua per una popolazione di nove o dieci miliardi nel 2050.

È il mondo virtuoso della speranza che ha prodotto tra l’altro la dichiarazione universale dei diritti umani, l’impegno globale a controllare il cambio climatico a Parigi nei mesi scorsi, la decisione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite per un’agenda mondiale di pace, giustizia e sviluppo 2015-2030. È un mondo di aspirazioni universali giuste per la dignità dell’umanità intera. E poi c’è il mondo verissimo, quotidiano e disperato delle guerre in ogni continente, con dieci milioni di bambini che moriranno di fame o malattie curabili nel 2016; cinquanta milioni di rifugiati, un miliardo di persone senza accesso né all’acqua pulita né all’energia. La disperazione però non è per tutta l’umanità; è invece locale. Su Facebook ci scambiamo ogni giorno buoni princìpi di vita e di etica, frasi ispirate di Einstein, di papa Francesco, del Dalai Lama o di Nelson Mandela.

prof. Zhao TingyangServono per sentirci buoni e responsabili. Ma si tratta di una dissociazione cronica della nostra onestà intellettuale. Abbiamo abdicato la nostra volontà di diritti e giustizia a governi nazionali che nel migliore dei casi pensano globale ma attuano sempre per interessi esclusivamente locali. Il sistema di pensiero di Max Weber per la razionalizzazione delle società e delle economie e il sistema di Westphalia di Stati sovrani hanno fondato e garantiscono la sopravvivenza dei due mondi sempre più in contraddizione tra loro. Ovunque si fabbricano muri per dividere le differenze e si rafforzano sistemi di finanza mondiale che massimizzano le disuguaglianze e dunque spargono odio. E molti vorrebbero addirittura delle secessioni dentro le nazioni per poter essere ancor più egoisti e locali.

Un’ipotesi di nuovo paradigma di umanesimo viene dal filosofo cinese contemporaneo, prof. Zhao Tingyang, secondo il quale il mondo dovrebbe essere l'unità primaria di organizzazione sociale ed economica, invece dello Stato-nazione. Zhao Tingyang suggerisce di abbandonare l’attuale sistema internazionale, che si basa sulle relazioni tra stati-nazione, e abbracciare invece un sistema di derivazione confuciana chiamato Tianxia, che immagina un’unica sovranità e cittadinanza riferita ad un ente mondo che può: 1) fare gli interessi comuni di tutta l’umanità con priorità rispetto agli interessi individuali e locali, in modo che i benefici di adesione al sistema saranno sempre maggiori dei benefici di lasciarlo; 2) creare una struttura socio-economica transnazionale di armonia in cui interessi individuali sono così interconnessi che il guadagno di qualcuno causerà sempre un guadagno per gli altri, e la perdita di qualcuno sarà sempre una perdita per gli altri; 3) creare valori comuni a tutte le culture superando il predominio di una di esse sulle altre, in modo da trasformare i nemici in amici e realizzare la pace nel mondo. In breve, la novità rivoluzionaria di questo sistema è la sua capacità di mantenere la pace in tutto il mondo, grazie ad interessi e un ordine comune.

Certo quella di Zhao Tingyang è una bellissima visione di un futuro ordine mondiale. In esso si intravvede una legge fondamentale, una specie di articolo uno della futura Costituzione dell’umanità, basata sulla misericordia. Verrebbe poi una forte volontà, la chiamerei una benedetta inquietudine, di cambiamento di ogni stato di ingiustizia verso un’uguaglianza universale dei diritti. Infine si creerebbe così una speranza vera e reale di pratiche di buon governo che porterebbero a una forte crescita della felicità per tutti nel primo secolo del terzo millennio.

OrientEspress - Rubrica di Nuovo Progetto