Todos somos americanos

di Lucia Capuzzi - Siamo tutti americani non è solo il leit motiv del disgelo tra Cuba e Usa, iniziato il 17 dicembre 2014. È l’orizzonte ideale del nuovo sistema di relazioni tra Nord e Sud d’America. Un sistema ancora da costruire. E di cui il presidente Usa, Barack Obama, sembra deciso a gettare le fondamenta. Il recente viaggio (20-25 marzo) del capo della Casa Bianca all’Avana e Buenos Aires è stato l’avvio ufficiale di quest’opera di ingegneria geopolitica. Guardare a Sud è, al momento, una delle priorità di Washington. L’acuirsi delle crisi in Medio Oriente ha fatto diminuire l’interesse americano per quell’area. Mentre l’Asia, nonostante gli sforzi degli ultimi anni, continua ad essere diffidente verso gli Stati Uniti. Da qui, la scelta di Obama di concentrare gli sforzi di fine mandato sull’America Latina.

È stata tale necessità a spingerlo a Cuba, 88 anni dopo l’ultimo presidente Usa. L’isola non è solo un luogo. È la soglia – simbolica – dell’America Latina. Lo aveva compreso, già nell’Ottocento, il poeta e rivoluzionario José Martí. Fu lui a vagheggiare l’idea di una terra in cui i popoli potessero ritrovarsi in amicizia, “oltre le strettoie degli istmi e le barriere dei mari”. Una frase citata – non casualmente – da papa Francesco all’arrivo dell’aeroporto dell’Avana, lo scorso 19 settembre. Il Pontefice – figura fondamentale nel disgelo con Washington – ha sottolineato la vocazione di ponte dell’arcipelago che si affaccia in tutte le direzioni. Obama è atterrato nel medesimo scalo il 20 marzo. E, come primo gesto, si è recato in cattedrale per incontrare il cardinale Jaime Ortega e i vescovi locali, riconoscendo il ruolo chiave della Chiesa nella normalizzazione.

Il giorno successivo, prima dell’incontro con l’omologo Raúl Castro, il capo della Casa Bianca ha reso omaggio proprio a quel José Martí che, oltre a poeta, fu tra i principali protagonisti della lotta indipendentista. Il presidente ha deposto un mazzo di fiori ai piedi del monumento all’eroe nazionale, in Plaza de la Revolución, e, sul libro dei visitatori, ha scritto: “La passione di José Martí per la libertà e per l’autodeterminazione continua a vivere nel popolo cubano”.

La premessa adatta al discorso, pronunciato poco dopo, secondo cui “sono i cubani a dover decidere il futuro di Cuba”. La frase fa finalmente calare il sipario sulla Guerra fredda anche in America e sull’invadente teoria dell’ingerenza Usa. Il fattore Cuba – o meglio Castro – ha condizionato, per quasi sessant’anni, la politica Usa nei confronti di quella regione sterminata che si estende dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco. E, di conseguenza, le politiche dei differenti Stati latinoamericani verso il Gigante del Nord.
L'imperialismo yanky – a volte drammaticamente reale, altre manipolato – ha consentito il coagularsi di alleanze, anche bizzarre, nel continente. Nel decennio scorso, l’insofferenza verso l’ingombrante vicino è stato il collante del cosiddetto asse bolivariano. Al contempo, lo spettro del comunismo ha indotto Washington a commettere una serie di errori tragici e grossolani, di cui le guerre centroamericane degli anni Ottanta – con la loro pesantissima eredità in termini di violenza attuale – sono a malapena la punta dell’iceberg.

Il 17 dicembre 2014, insieme al muro dell’Avana, si è infranto anche lo specchio deformato attraverso cui si sono guardati per decenni i due pezzi d’America. Non è un caso che, dopo aver chiuso la Guerra fredda a Cuba, Obama abbia voluto mettere fine al capitolo della Guerra sporca, a Buenos Aires. Il capo della Casa Bianca ha reso omaggio alle vittime dell’ultima dittatura militare – sostenuta dagli Usa – in un giorno simbolico: il 24 marzo, 40esimo anniversario del golpe. Obama si è recato al Parque de la Memoria insieme all’omologo Mauricio Macri. E, in spagnolo, ha dichiarato: “Nunca más” (Mai più). Poi, ha gettato una corona di fiori nel Rio de la Plata, dove riposano tantissimi dei desaparecidos, gettati vivi nel fiume. Al contempo, gli Usa hanno annunciato l’apertura, con dieci anni di anticipo, degli archivi militari e d’intelligence Usa in cui è contenuta documentazione relativa all’epoca del regime (1976-1983). “Gli Stati Uniti non sono più lo stesso Paese di allora”, ha affermato Obama. Un discorso, relativo al passato, che guarda, però, al futuro.

Dopo 12 anni di tensioni durante i governi di Néstor e Cristina Kirchner, Macri è ben disposto verso gli Stati Uniti. Questi, però, devono agire con cautela. In Argentina e non solo. Per non giocarsi il Sud è fondamentale evitare gli errori del passato. Cioè cercare di ridurre la regione a “cortile di casa” e miniera di risorse per le proprie aziende. La stagione dei diktat neoliberali applicati in casa d’altri ha già mostrato la propria inefficienza politica, oltre che ingiustizia umana. È tempo di nuovi equilibri. Obama sa che a trovarli dovrà essere il suo successore: lui deve solo spianargli la strada. Sempre che il prossimo capo della Casa Bianca non sia Donald Trump.




 

Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

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