Il calvario dei cristiani del Pakistan

di Aldo Maria Valli - Sono migliaia e lasciano la loro patria, il Pakistan, cercando rifugio in Thailandia. È il dramma dei cristiani che fuggono da discriminazioni, persecuzioni, minacce. A causa della legge pakistana sulla blasfemia, ogni cristiano può ritrovarsi sotto accusa e rischiare la pena di morte. La Thailandia è scelta come paese ospitante perché il viaggio costa relativamente poco e il visto turistico non è difficile da ottenere, ma il sogno della libertà svanisce presto. Poiché non ha sottoscritto la Convenzione sui rifugiati né il successivo protocollo, la Thailandia non garantisce diritti e protezione. Il rifugiato, considerato un clandestino, non riesce quindi a trovare lavoro e non ha diritto all'assistenza sanitaria.

Perfino donne e bambini finiscono in carcere. Gli unici aiuti arrivano dalle comunità cristiane, che però non riescono a far fronte a tutte le necessità.
Per avere un’idea delle sofferenze dei cristiani in Pakistan emblematica è la vicenda di Fouzia Sadiqe, cristiana e madre di tre figli, vittima di rapimento, stupro e conversione forzata all'Islam, che è riuscita a raccontare la sua storia all'agenzia Fides dopo essere fuggita dal suo aguzzino, un musulmano di cinquantacinque anni, che l’aveva sequestrata nella provincia del Punjab. «Sono stata violentata diverse volte prima della conversione all'Islam e del matrimonio forzato, ma ho mantenuto una forte fede in Gesù. Spesso l’uomo ha minacciato di uccidere me e i membri della mia famiglia», ha raccontato Fouzia all'avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill che le sta fornendo assistenza.

In Pakistan sono almeno un migliaio ogni anno i casi di donne appartenenti alle minoranze religiose, cristiane o indù, rapite e convertite all'Islam. Spesso la vittima è sottoposta a violenza sessuale e costretta alla prostituzione forzata.
Intanto la commissione nazionale Giustizia e pace della Conferenza episcopale cattolica del Pakistan ha chiesto ufficialmente di condurre davanti alla giustizia i colpevoli della strage nella quale il 15 marzo 2015, in seguito all'esplosione di due bombe davanti a due chiese di Youhanabad, quartiere di Lahore, restarono uccise ventuno persone e altre ottanta furono ferite.

Un anno dopo, scrive la commissione, la comunità cristiana «piange ancora la perdita dei suoi cari, il cui coraggio e sacrificio ha salvato la vita di molti fedeli innocenti in preghiera nelle due chiese». La Conferenza episcopale auspica quindi «un’indagine adeguata» ed «esprime delusione sul ruolo delle forze dell’ordine» che si sono concentrate sull'episodio avvenuto dopo la strage, ovvero il linciaggio di due presunti complici dei terroristi, senza ricercare i responsabili degli attentati.

I vescovi cattolici chiedono al governo di «condurre un’indagine imparziale sia sugli autori e organizzatori degli attentati, sia sull'incidente del linciaggio» e ricorda che il rispetto di legalità e giustizia è l’unica strada da seguire per promuovere la tolleranza religiosa, la pace sociale e la tutela delle minoranze religiose in Pakistan.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

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