Ecuador, dopo il terremoto

di Lucia Capuzzi - “Stiamo tutti bene. A Quito il terremoto si è sentito molto forte, ma i danni non sono stati rilevanti”. L’e-mail arriva il 21 aprile, cinque giorni dopo il terribile terremoto di 7,8 gradi Richter che ha devastato la costa dell’Ecuador. A firmarla è Bepi Tonello, italiano, partito quasi mezzo secolo fa per l’Ecuador con l’Operazione Mato Grosso per collaborare con l’allora vescovo di Salinas, monsignor Cándido Rada. Con lui e con un connazionale, il salesiano Antonio Polo, ha costruito un inedito programma di finanza popolare, il Fondo Ecuadoregno Populorum Progressio (FEPP) che, tramite la cooperativa di risparmio e credito Codesarrollo, collabora con la Federazione delle banche italiane di credito cooperativo (Federcasse). È lui a raccontare il dramma post-sisma nelle province di Manabí e Esmeraldas, le più colpite dalla scossa avvenuta nella notte tra il 16 e il 17 aprile. “Ci sono paesi completamente distrutti. Due nostre compagne di lavoro hanno perso i familiari. Vari colleghi sono rimasti senza casa. I cadaveri finora trovati sono circa 600, ma mancano notizie di altre mille persone e per loro si teme il peggio. I feriti sono più di 6mila e gli ospedali non ce la fanno a curarli tutti, anche perché alcuni sono un mucchio di rovine. Sono stati distrutti gli acquedotti, gli impianti elettrici, le fognature, molte strade, le antenne per le comunicazioni, le scuole e asili, varie fabbriche, i mercati e circa 20mila case.
Nelle città e nei paesi della zona, dunque, non c’è acqua né luce, il cibo scarseggia, non si trovano più medicine, la gente ha perso il lavoro, mancano perfino le casse da morto. Circa un milione di persone si trova in questa situazione”.

Nei giorni successivi al messaggio, le vittime del sisma sfiorano già quota settecento. Troppo “poche” per guadagnarsi la ribalta mediatica internazionale almeno per qualche settimana. Dopo i primi giorni, la “grande macchina dell’informazione”, abituata al mordi e fuggi, ha voltato lo sguardo. E il “dramma Ecuador”, nonostante le forti repliche e i 25mila sfollati, si è fatto invisibile. Eppure, al di là della macabra contabilità di morti e feriti, la tragedia è enorme. Il sisma ha colpito la costa nord, una delle aree più turistiche e dinamiche, epicentro della produzione di gamberi e banane. Il che rischia di avere un tremendo impatto sull'economia, già in stagnazione per il crollo del prezzo internazionale del petrolio. Secondo la previsione del Fondo monetario internazionale, senza considerare i danni del terremoto, nel 2016 il Pil ecuadoriano si sarebbe potuto contrarre di 4,5 punti percentuali.
Ora, il peso della ricostruzione, rischia di complicare ulteriormente le cose.

Il presidente Rafael Correa, che ha decretato otto giorni di lutto nazionale, ha adottato immediatamente un pacchetto di misure d’emergenza per far fronte alla tragedia. Tra queste, l’aumento dell’Iva dal 12 al 14 per cento e la donazione di una parte di salario dai lavoratori. A chi guadagna mille euro sarà sottratto l’equivalente di una giornata per un mese, a chi ne prende fino a 2mila due, per un massimo di cinque giornate a quanti prendono 5mila euro. Ancora non vi è una stima precisa dei soldi necessari alla ricostruzione, l’esecutivo parla di tre miliardi di dollari, con un probabile peso sul Pil di almeno due punti percentuali. Nel frattempo, mentre la macchina degli aiuti si mette in moto, è la spontanea solidarietà dei cittadini, spesso poveri, ad alleviare fin da subito le necessità dei connazionali.

“Tutta la popolazione non colpita sta dando esemplare dimostrazione di generosità donando cibo, medicine, tempo e soldi”, racconta Tonello. A Padernales, dove il 70 per cento delle case è andato perduto o ha già un avviso di demolizione perché pericolante, la radio locale – rimasta in piedi – continua ad essere la voce delle vittime. Ai microfoni si alternano, volontariamente, reporter e speaker per dare informazioni utili per sfollati, sopravvissuti, feriti. Il palinsesto è inframmezzato da intrattenimento per dare speranza e coraggio agli abitanti, prostrati dalla catastrofe. Là – nel villaggio-simbolo del terremoto che l’ha completamente devastato – ogni sera, vari volontari fanno il giro delle persone accampate per strada “armati” di cellulare per consentire loro di far telefonate gratuite ai parenti lontani. Altri prestano i generatori per permettere agli sfollati di ricaricare gli apparecchi. La Chiesa, locale e non, con Caritas e i tantissimi missionari, laici e religiosi, è in prima linea a fianco dei sopravvissuti. Gli sforzi sono, dunque, tanti e lodevoli. Da solo, però, l’Ecuador non può far fronte a una catastrofe di tale portata. La comunità internazionale si sta muovendo.

L’Onu, i Paesi vicini, l’Unione Europea hanno stanziato fondi per i primi soccorsi sull’onda dell’impatto emotivo. Se tale generosità si manterrà nel tempo dipenderà, in gran parte, dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale. Per questo, tutti noi cittadini non possiamo permetterci di dimenticare l’Ecuador.

 

 

 


Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

 

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