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Diritto alla misericordia

di Federico Belli - Gli studiosi sostengono che la pena abbia 4 funzioni: retributiva, deterrente (o preventiva), compensativa e risocializzante. Dunque, oltre a punire in senso stretto, la pena deve anche fungere da deterrente, cioè spaventare gli altri individui che intendano delinquere e deve compensare la persona offesa del reato, cioè risarcirla in qualche modo del torto subito. Ma soprattutto, l’art. 27 comma 3 della nostra Costituzione prevede che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Questa è la formulazione più alta del diritto alla misericordia nel nostro ordinamento: la Costituzione attribuisce al condannato il diritto ad essere rieducato e impone alla società di non limitarsi a punire chi ha sbagliato, ma di dargli una lezione nel senso letterale del termine, ossia fare in modo che la pena diventi un’occasione di apprendimento, di miglioramento, di superamento dei limiti che hanno portato il soggetto a delinquere. La pena deve – secondo la Costituzione – diventare la porta attraverso cui chi ha sbagliato rientra a pieno titolo nella società.

La previsione dell’art. 27 della Costituzione ha trovato attuazione in una serie di norme di legge, come quelle che prevedono le misure alternative alla detenzione e in particolare l’affidamento in prova ai servizi sociali, i lavori di pubblica utilità, la messa alla prova. Si tratta di istituti che sostituiscono la pena tradizionale (reclusione o multa) con i cosiddetti percorsi di trattamento, cioè dei programmi personalizzati che prevedono che il condannato segua corsi d’istruzione, svolga lavori di pubblica utilità, eviti di accompagnarsi con pregiudicati o delinquenti.

Questi programmi danno ottimi risultati e personalmente posso dire che vedere un detenuto chiuso per 20 ore al giorno in una cella o vedere un condannato che fa volontariato e va a scuola sono due immagini completamente diverse: una è la fotografia di una società arretrata, chiusa, vendicativa, rimasta ai tempi dell’occhio per occhio, mentre l’altra è l’immagine del futuro, di una società che punta sul perdono, sull’inclusione, sul non lasciare nessuno indietro, una società che ha capito che anche chi sbaglia può essere una risorsa e non solo un peso. In altre parole, una società che ha messo al centro la misericordia, che garantisce ad ognuno il diritto alla misericordia e che ha capito che la sicurezza si raggiunge solo attraverso il recupero di tutti coloro che sbagliano. Una società che sa distinguere la misericordia dal buonismo e che si è resa conto che la prima è più impegnativa, richiede risorse e tempo, ma conviene a tutti. Perché un soggetto che ha beneficiato di un trattamento misericordioso e personalizzato, difficilmente tornerà a delinquere e alla fine costituirà un risparmio di tempo e denaro per l’intera società, che non si troverà più di fronte un delinquente, un nemico, bensì una risorsa, uno su cui contare. I programmi di trattamento sono pensati sia per coloro che hanno commesso reati meno gravi e quindi non entrano nemmeno in carcere, sia per chi ha commesso reati più gravi, che pur essendo recluso in prigione è comunque ammesso a percorsi didattici (per conseguire la licenza media, il diploma superiore, una qualifica professionale, la laurea) e a programmi di lavoro esterno o interno all’istituto di pena. Il carcere di Torino, ad esempio, comprende al suo interno una falegnameria, un vivaio di piante e una torrefazione per il caffè.

Il problema è che la gestione di questi programmi è più laboriosa, perché prevede la realizzazione di un percorso personalizzato per ogni condannato, che tenga conto del reato commesso e delle ragioni che l’hanno determinato a delinquere. Lo Stato, pur avendo enormemente ampliato i casi in cui si può ricorrere a questo tipo di benefici (anche per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri) non ha però aumentato le risorse degli uffici per l’esecuzione penale esterna, che dovrebbero gestire tutta la mole dei condannati ammessi ai benefici. Il risultato è che ad oggi i posti sono pieni, cioè chi vuole richiedere un percorso alternativo alla pena tradizionale si sente spesso rispondere che non ci sono risorse e che gli enti convenzionati (associazioni di volontariato, comuni, biblioteche, parrocchie ecc.) sono pochi e non hanno posti per accogliere tutti.

Inoltre l’effettiva riuscita dei programmi di trattamento dipende moltissimo dagli enti presso i quali si svolgono i programmi, proprio perché gli uffici di esecuzione penale esterna (UEPE) non hanno risorse per controllare direttamente.

È dunque questo uno dei settori in cui si sente con forza il bisogno di un impegno costante e concreto di associazioni, enti e anche di singoli cittadini di buona volontà, affinché con l’aiuto di tutti sia possibile dare attuazione concreta al diritto alla misericordia, per costruire un modello di società dove chi commette un reato non viene più visto solo come qualcuno da punire, ma come una risorsa su cui investire per recuperare gli errori fatti e soprattutto per evitare che quegli errori si ripetano.

Foto: Renata Busettini



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