Sermig

Famiglie protagoniste

di Antonio Delmastro* - Spesso il nostro è descritto come un tempo di crisi spirituale, dove non esistono più valori e tutto sembra andare in rovina.

Spero di non essere un illuso, ma io percepisco questo momento storico come ricco di grandi novità. Nella Chiesa, stimolati da questo papa, viviamo un tempo di grandi cambiamenti.

Quanti cambiamenti sono avvenuti da quando sono entrato in seminario! Era un anno particolare, il 1968: in quell’ambiente molto chiuso il vento della contestazione non era ancora giunto, il controllo dei superiori per conservare lo status quo era molto forte, perché in alcuni ambienti ecclesiali già incominciava a vacillare. Gli assistenti e i superiori ci dicevano che i sentimenti umani erano pericolosi: bisognava evitare le amicizie particolari. I sentimenti di affetto erano solo per Dio: il grande obiettivo era diventare santi, essere un alter Christus. Io cercavo di prendere alla lettera questi insegnamenti. Pur vivendo giorno e notte, per tre anni, con i 13 compagni di classe, ora non ne ricordo né il volto né i nomi; ricordo però i rosari e le ore di adorazione trascorsi in grande raccoglimento nella cappella del seminario.

Ma il ’68 è giunto anche in seminario, pur con alcuni anni di ritardo. È iniziata forte la contestazione: chi osava protestare veniva sbattuto fuori perché “non aveva la vocazione”: ogni anno uscivano 10-15 seminaristi e più nessuno rientrava. Dei 65 ragazzi che hanno iniziato con me Teologia, in sette anni siamo rimasti in due.

Io non sono uscito perché i superiori nel frattempo erano cambiati: in seminario c’era ormai un clima di famiglia con i compagni di scuola esterni che venivano a trovarci. Sentivo in me grandi ideali: cambiare il mondo, aiutare i poveri, andare a cercare i giovani più emarginati dalla società capitalistica.

Diventato prete, sono stato mandato come viceparroco nella parrocchia più grande della periferia di Asti: i ragazzi e i giovani erano moltissimi, pieni di vita: con tutto l’entusiasmo mi sono attivato a formare squadre sportive, gruppi, campi estivi. Ero sempre con i giovani, mi sentivo felice e progettavo il futuro con molto entusiasmo.

LE FAMIGLIE ENTRANO NELLA MIA VITA

L’8 dicembre del ’97 giungo parroco a San Damiano d’Asti: una nuova vita sta per iniziare. Incontro delle coppie che mi invitano a vivere un fine settimana in montagna. Torno a casa trasformato.

Quei sentimenti di affetto, che in seminario mi avevano insegnato a reprimere, ora posso con gioia manifestarli: certo, sono da orientare bene, ma sono una grande risorsa di amore. Scopro che le coppie sono persone affettuose e desiderose di partecipare alla mia vita, di camminare con me, di vivere insieme come una famiglia allargata.

Frequentando le coppie incontro anche tanta sofferenza: giovani che perdono il loro amore reciproco, che incominciano a ferirsi reciprocamente e puntano al ribasso. Un giorno un uomo bussa alla mia porta e con una grande tristezza mi confida: “Mia moglie non mi ama più, mi tradisce con un suo collega. Dice che resta in casa solo per i figli, ma dormiamo in camere separate e tutto è finito”. Inizio un cammino con entrambi, li ascolto, insieme cerchiamo che cosa li ha portati all’indifferenza. Occorre lavorare sulla relazione, affrontare quei punti di non comunicazione, non ascolto. Ciascuno deve lavorare per migliorare se stesso e smettere di accusare l’altro. Identificati i punti critici di non relazione, abbiamo cercato nel loro passato le cause che hanno dato origine a queste difficoltà. Possono risalire a una ferita reciproca che non è stata guarita ma si è cercato semplicemente di coprire. Può risalire all’infanzia, a qualche situazione o rapporto vissuto male in famiglia che ha causato chiusura, sfiducia, pregiudizio quando la medesima situazione si ripresenta.

Se si riesce a prendere consapevolezza del meccanismo perverso che scatta in noi in alcune precise situazioni, se si riesce a dargli un nome e a prenderne le distanze, rinasce nel cuore la serenità, si può chiedere scusa al coniuge per le ferite inferte con il proprio comportamento. Non è questo un caso isolato; quasi tutte le settimane incontro coppie che vengono a chiedere aiuto: l’ascolto delle singole situazioni e l’osservazione del loro modo di relazionarsi mi permette di evidenziare i nodi non risolti della loro relazione, per iniziare un cammino di guarigione. È bello vedere coppie rinascere, figli che ritornano sereni perché papà e mamma sono tornati a non più urlare, a coccolarsi e insieme a progettare un servizio verso le altre famiglie. Grazie all’esperienza con le coppie in crisi, ho iniziato a prestare il mio servizio in Retrouvaille. Più ancora mi sono inserito in Incontro Matrimoniale seguendo le coppie nella loro relazione,facendole crescere nel loro amore reciproco, aiutando i fidanzati a mettere solide basi nella loro relazione e formando i giovani a maturare affettivamente: questa variegata realtà porta a far crescere un movimento di persone solidali e pronte a camminare insieme verso gli stessi ideali. Essere prete dentro una rete così bella di relazioni, mi porta a vivere una gioia interiore che non avrei mai immaginato possibile alcuni anni fa.

AMORIS LAETITIA

Questa esortazione apostolica del papa sta portando nella Chiesa, e nella mia vita, una svolta incredibilmente grande: papa Francesco ha avuto il coraggio di mettere in moto, con il coinvolgimento sinodale di ogni persona, un processo di rinnovamento straordinario.

Un tempo, al primo posto nella Chiesa nella graduatoria delle persone più vicine a Dio, c’erano i consacrati: ora le famiglie sono l’immagine di Dio Trinità, il luogo dove vive l’amore relazionale di Dio. Fino ad ora, nelle parrocchie i laici sono coinvolti nel catechismo, nella liturgia, nelle opere caritative, ma la parrocchia è gestita dai preti, le scelte economiche e le linee d’insieme sono

in esclusiva del parroco. Il papa invita le famiglie ad essere soggetto della pastorale, a condividere le responsabilità. Affronta anche la formazione dei seminaristi: un tempo le donne dovevano “stare lontane perché oggetto di tentazione”. Ora il papa chiede che le famiglie e le donne in specifico contribuiscano all’educazione dei seminaristi, con più figure educative di laici collaboratori. Emerge quind un modello di pastore umanamente maturo, capace di amare e accompagnare le persone a lui affidate, per un discernimento morale che non si limita ai principi generali, ma riesce a calarsi nelle singole situazioni di ogni persona, nelle sofferenze di chi si è allontanato per le fragilità della Chiesa. Saper condividere, partecipare e ripartire insieme è motivo di grande speranza per la Chiesa futura.



**Parroco a San Damiano d’Asti. Con una coppia, Gianfelice e Imelda Demarie, responsabile nazionale di Incontro Matrimoniale.

Foto: Renata Busettini

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