Essere Umani

di Chiara Genisio - “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”. Così cita l’articolo 27 della nostra Costituzione.

Sono passati quasi settant’anni dalla sua approvazione eppure quel passaggio sulle pene che “devono tendere alla rieducazione del condannato” non ha ancora trovato piena applicazione nel nostro Paese.
Ma è anche vero che quotidianamente uomini e donne si impegnano perché ciò accada.
Tra di loro c’è Juri Nervo (foto), un giovane quasi quarantenne, sposato, che ha trovato in padre Lataste, l’apostolo delle carceri, una fonte di ispirazione e di pungolo per la sua vita.
Il domenicano vissuto nella prima metà dell’Ottocento, inviato come predicatore in un carcere femminile, scoprì che una vita devastata dal crimine poteva conoscere evoluzioni sorprendenti attraverso la misericordia di Dio e la fiducia manifestata dalla società.

Per questo fondò la congregazione femminile delle Domenicane di Betania, suore che ancora oggi vivono una vita contemplativa tra coloro che hanno vissuto l’esperienza del carcere e chi no. Juri ha come suo quartier generale l’Eremo del silenzio una piccola grande realtà dentro l’ex carcere de Le Nuove di Torino, luogo di silenzio, preghiera, pensiero. Da qui sono nati negli ultimi anni nuovi progetti con una particolare attenzione verso i giovani. A promuoverli è la onlus Essere Umani sempre fondata da lui.

Con l’obiettivo di sensibilizzare i giovani sul mondo del carcere in un modo nuovo e diretto, senza troppe intermediazioni, insieme allo psicologo Matteo Defedele, propone Edu@arcere. Un progetto educativo, un laboratorio, rivolto alle scuole medie e superiori come ai gruppi organizzati, oratori, scout. Solo negli ultimi due anni sono stati coinvolti oltre cinquemila ragazzi ed una cinquantina di scuole sia statali che paritarie. “Molto importante è il ruolo degli insegnanti che convinti del significato educativo di questa esperienza creano le condizioni per la sua realizzazione.
Mentre è stato più difficile rendere partecipi i genitori, per ora è avvenuto solo una volta” racconta Nervo. Il laboratorio con i ragazzi si sviluppa attraverso la parola, il silenzio, l’esperienza diretta in quello che è stato un luogo di reclusione, il confronto e l’assunzione di un impegno.

In pratica il percorso offerto è strutturato in due blocchi: la visita dentro il carcere in collaborazione con il museo dell’ex carcere Le Nuove ed in particolare con Felice Tagliente, psicologo, l’anima di questo museo a cui ha dedicato moltissimo tempo, energie, impegno. E poi gli interventi degli operatori di Essere Umani.

“Con gli studenti – spiega Juri – parliamo di quella che è l’idea di carcere che passa attraverso i luoghi comuni, i media, i pregiudizi. Portiamo la nostra testimonianza di operatori dentro l’istituto penale per i minorenni Ferrante Aporti, raccontiamo come vivono dentro un carcere i loro coetanei. Gli proponiamo un modello di giustizia sociale più umano, che parte dalla condivisione, dalla collaborazione, dalla mediazione e dalla consapevolezza che al di là del muro del carcere ci sono persone come noi. L’esperienza diventa poi molto forte quando lasciata l’aula scolastica i ragazzi entrano in una cella da soli.

In genere la prima reazione è di silenzio e di stupore, in tanti la maggior parte, non pensavano di provare emozioni così forti. Le reazioni sono molte e si trasformano in una miriade di domande”. Interrogativi a cui rispondono gli operatori di Essere Umani. “È un percorso – spiega ancora Juri – in cui le domande stesse diventano conoscenza, è vero che noi ci confrontiamo sul tema del carcere, della detenzione ma è soprattutto un lavoro su ciascuno di noi, che ci cambia. Al termine dell’incontro in carcere i ragazzi come gli insegnanti si portano nel cuore nuovi interrogativi, questo è già l’inizio del cambiamento.
Poi con il confronto successivo in classe, in oratorio, nel gruppo, molte di queste sensazioni assumono contorni più definiti”.

Si parte dai fatti di cronaca, come casi di bullismo e di graffitari fino ad arrivare all’omicidio. “Chiediamo a loro – riferisce Nervo – di analizzare il fatto e poi cosa è accaduto prima. Poniamo sempre al centro la persona, il suo contesto. Nella nostra società manca la cultura del reinserimento, il carcere non viene ancora vissuto come luogo di recupero. Per questo è molto importante aiutare i giovani a vedere le cose in modo diverso”.
Al termine del percorso arriva la proposta di firmare la bandiera del silenzio e di scegliere di aderire alla filosofia di Essere Umani.

Ogni firma in più sulla bandiera è uno sguardo in più sul carcere, è un silenzio in meno verso il mondo carcerario. Perché se cambia l’atteggiamento fuori, se la società è più accogliente anche il carcere inevitabilmente diventa più umano.

 

 



Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

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