Sermig

Quella generazione dimenticata

di Gian Mario Ricciardi - Li vedi per strada, nei bar, in fila alla posta, in banca, al supermercato. Sono loro, sono troppi, sono quelli che hanno tra i 25 e i 34 anni. Sono loro le prime grandi vittime del terremoto economico mondiale. Ma non ne parla nessuno. Hanno tutti una o due lauree, ma oltre quaranta su cento stanno a casa: non hanno lavoro e, quello che è peggio, non hanno futuro: una generazione intera massacrata dalla crisi. Massacrata nella voglia di lavorare perché nessuno gliene offre, massacrata nel desiderio di avanzare nella scala sociale come hanno fatto i loro genitori e allora stanno lì, non si sposano perché non hanno soldi e sicurezza, non hanno casa perché, a loro precari dei precari, nessuno dà uno straccio di mutuo. Mesi ed anni di vite obbligatoriamente tristi o sconsolate. Perché non è bello inviare vagonate di curriculi e non ricevere risposta; non è bello arrangiarsi ogni giorno per sbarcare il lunario e poi con qualche senso di colpa stare in casa con papà e mamma come nell’Ottocento della famiglie patriarcali. Soli e abbandonati perché nessuno più parla di loro e non è giusto.

C’è chi il lavoro non l’ha mai trovato, se ce l’ha è volante o se l’ha avuto l’ha perso. Anni bruciati e blocco sociale. E intanto le distanze crescono: tra il Nord e il Sud, mai così elevate, tra chi è super-garantito e chi rischia di essere precario a vita, tra chi, come i manager incassa milioni l’anno, e chi invece – altre vittime della crisi – ha visto drasticamente ridotto il suo stipendio. Chi aveva, ha di più, chi sopravviveva, è sceso di un gradino nella scala sociale.
Alcuni anni, prima del 2008 e il lungo inverno, un imprenditore illuminato mi profetizzò: stiamo vivendo troppo al di sopra delle nostre possibilità. La crisi ci ridimensionerà, chi ha due auto ne cederà una, chi ha alloggi al mare e in montagna, cercherà di disfarsene per l’aumento delle spese, molti di coloro che vanno a lavorare in macchina, riprenderanno autobus e treni. Sembrava la profezia di un pessimista, invece s’è rivelata vera in tutto. Un solo esempio: quanti pullman di linea abbiamo visto, negli anni svuotarsi, ed ora di nuovo affollati? Quanti annunci di ricerca personale con contratti inaccettabili – solo nei weekend, per un giorno, per la domenica – andavano deserti, ma ora sono cercati? Quanti stipendi per impieghi volanti hanno subito un ridimensionamento verso il basso. Quando ci furono le prime ondate migratorie da Polonia, Ungheria, Romania verso l’Italia venivano giustificate dal fatto che il mensile medio là non superava i 200 (ora 300) euro e il costo della vita era simile al nostro. Ora sono i nostri pensionati a fuggire là o altrove in giro per il mondo per vivere meglio.

E in questo calderone che sta bollendo la società non trova più le voci giuste per esprimere amarezza, delusione, rabbia. Non le trova perché c’è un vuoto politico. E allora non gli resta che il web, lo sfogatoio del web. I social non sono mai stati così frequentati. Sono loro, quasi ogni giorno, a rilanciare i grandi fatti, le ingiustizie insopportabili, i tentativi di riscatto sociale. È un vociare assordante quello che proviene dalla rete. Cosa esprime? Insoddisfazioni di chi non ha più piazze nelle quali parlare, circoli nei quali frequentarsi, partiti che facciano anche formazione, politici che confrontati con quelli della prima repubblica sembrano giganti.
Impauriti, smaliziati, delusi, smarriti: non è una bella fotografia quella scattata all’Italia del dopo: troppe diseguaglianze, cresciute ancora e poi c’è quella generazione perduta che non può essere abbandonata al proprio rancore.

 





Rubrica di NUOVO PROGETO