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Cile, marea rossa

di Lucia Capuzzi - “Ieri era Aysén, oggi è Chiloé, domani a chi toccherà?”. È un interrogativo inquietante quello formulato da monsignor Luis Infanti de la Mora, vicario apostolico di Aysén, nel Cile meridionale e storico difensore della casa comune. In passato, il suo impegno è riuscito ad arginare le mire delle multinazionali elettriche sulle risorse idriche della sua diocesi. Ora, ad essere minacciata, è un’altra acqua, quella del mare, precisamente il tratto di Pacifico intorno all’isola di Chiloé. Là, si sta verificando una vera e propria catastrofe che ecologisti e scienziati indipendenti pensano essere naturale solo in parte: la marea rossa.

Tale manifestazione – che ha reso scarlatte le acque pacifiche e soffocato 25 milioni di pesci – è causata da un’alga microscopica capace di sprigionare tossine tanto letali da uccidere la fauna ittica e far ammalare l’uomo. Non è la prima volta che la marea rossa si manifesta. Dagli inizi degli anni Duemila, si è ripetuta in quattro occasioni. Mai prima d’ora, però, aveva prodotto una simile emergenza ambientale, costringendo il governo ad emettere un’allerta sanitaria. E a decretare il divieto di pesca. Paralizzando l’economia locale. La causa – sostengono vari esperti – è il fenomeno di El Niño, conseguenza – a sua volta – del riscaldamento globale. Quest’ultimo avrebbe fatto salire anche la temperatura acquatica, consentendo la proliferazione incontrollata delle alghe.

La versione ufficiale non convince, però, tanti. I sospetti ricadono sugli allevamenti intensivi del salmone, attivi nella zona. “Studi indipendenti e l’esperienza dei pescatori ci esortano ad allargare lo sguardo – spiega monsignor Infanti – per comprendere la radice del problema. Questa risiede nel modello economico di rapina messo in atto negli ultimi trent’anni nella regione. Dal 2010, poi, la strategia di privatizzazione selvaggia del mare per le industrie di salmone s’è fatta più aggressiva. A beneficiarne sono quattro multinazionali, che hanno acquisito il monopolio del settore e esportano il 98 per cento del prodotto. Queste praticano uno sfruttamento eccessivo dei metri cubi marini acquistati, per altro a cifre relativamente basse. Invece di collocare un massimo di 17 chili di salmoni per gabbia, ne stipano fino a 30 o addirittura 50. I pesci si ammalano, come pure il fondo marino”. Negli ultimi anni si è registrato un vertiginoso aumento di nutrienti nel fondale.

Questo, insieme allo scarico sistematico di materiale organico e sostanze azotate – sostengono alcuni scienziati –, avrebbe provocato alterazioni nell'habitat oceanico, favorendo la marea rossa. Non solo. A peggiorare ulteriormente la situazione sarebbe stata la scelta degli stabilimenti di gettare in mare le carcasse di salmoni morti. Un fatto, al momento, al vaglio della Procura. A chiarire i dubbi, in ogni caso, sarà lo studio indipendente in corso, portato avanti da 14 esperti di differenti università, come richiesto dai pescatori dell’isola di Chiloé, i più colpiti dal disastro. “I problemi ecologici non sono questioni a se stanti. Essi generano a loro volta sconquassi economici, sociali, culturali, ferendo l’essere umano. A Chiloé assistiamo a una crisi ambientale che è pure una crisi socio-economica e morale”, sottolinea il vilucia cario apostolico dell’Aysén.

Il rapido sviluppo dell’industria dei salmoni ha spazzato via la pesca artigianale, poiché la maggior parte dei lavoratori ha preferito cercare impiego nei grandi stabilimenti. “E ora che il boom si sgonfia – per sua diretta responsabilità –, lascia dietro di se un mare color sangue e una lunga scia di nuovi disoccupati. A pagare il costo più alto sono ovviamente i poveri, usati fin quando fanno comodo e poi scartati. Alla fine, però, la stessa industria risente del contraccolpo. Nel lungo periodo, dunque, lo sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali, dunque, non conviene a nessuno”, afferma monsignor Infanti.

I dati sembrano dare ragione al pastore. Cinquemila pescatori artigianali hanno dovuto sospendere l’attività a tempo indeterminato a causa dell’alga e vivono con un aiuto del governo, ottenuto dopo scioperi a oltranza, di circa 200 euro al mese. Le multinazionali del salmone – di cui il Cile è il secondo esportatore mondiale dopo la Norvegia – hanno dovuto fermare tre quarti degli stabilimenti. Lo stop potrebbe bruciare almeno 4mila impieghi a cui se ne aggiungerebbero altri 2.300, di manodopera attiva in scompartimenti dipendenti dagli allevamenti del salmone. Un totale di 11.300 licenziamenti che farebbero raddoppiare nel 2016 il tasso di disoccupazione portandolo al 5,1 per cento.

Le prospettive, inoltre, rischiano di essere ancora peggiori se, come le multinazionali temono, la produzione dovesse contrarsi del 25 per cento. “L’unica strada è ripensare il modello di sviluppo – conclude monsignor Infanti –. L’economia predatoria mordi e fuggi, come dice papa Francesco nella Laudato si’, va sostituita con un progetto di ampio respiro che tenga conto dei diritti dell’ambiente, degli animali, delle persone coinvolte”.







Rubrica di NUOVO PROGETTO