Dove va l’Europa

di Lucia Sali - Un’altra lunga estate calda, tra la Brexit, i migranti e la situazione economica tuttora incerta. È quella che si appresta a vivere una volta di più l’Unione europea che dal 2010, con lo scoppio della prima crisi greca, si è trovata a dover gestire un’emergenza dopo l’altra o più insieme. Qualsiasi sarà il risultato del referendum britannico del 23 giugno, infatti, le conseguenze continueranno a pesare sul futuro dell'Ue. Il testa a testa tra il “leave”, ovvero il lasciare l’Unione, e il “remain”, cioè il restarvi secondo la formulazione del quesito referendario, si scioglierà nelle urne ma di poco, secondo la maggior parte degli osservatori.

La valanga di sondaggi pre-elettorali dà alternativamente in testa gli uni o gli altri di un 2-3%, e sotto voto cresce l’allarmismo per una vittoria del no. Nonostante l’imponente mobilitazione dei big della politica inglese a favore dell'Ue, dagli ex premier Tony Blair a John Major, del mondo della finanza ma anche dello spettacolo e della cultura, e gli allarmi della Fed che prevede ripercussioni sui mercati globali, insieme alla Bank of England che sta già raccogliendo risorse per sostenere le banche nei turbolenti giorni del pre e post voto.

All'interno del suo stesso partito, alcuni pesi massimi che spingono per il no come il ministro della giustizia Michael Gove e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson stanno di fatto scalzando la campagna per il sì del premier David Cameron, che paga ora gli anni di ambiguità del suo discorso politico nei confronti del progetto europeo. Pur di strappare a tutti i costi la vittoria elettorale al leader degli euroscettici dell’Ukip Nigel Farage, Cameron ha messo infatti non solo il suo Paese ma l’intera Unione europea a rischio implosione.

La battaglia populista contro i migranti e soprattutto contro i cittadini Ue che vanno a lavorare a Londra è di fatto diventata uno degli elementi chiave del voto. Che si lega a doppia mandata al vento sempre più xenofobo che soffia negli altri Paesi Ue, dove il nodo migranti sta diventando il volano degli exploit elettorali dei partiti di estrema destra, come testimonia il caso dell’Austria. La vittoria per una manciata di voti del presidente verde Alexander Van der Bellen contro il leader del partito di estrema destra Norbert Hofer ha fatto tirare un sospiro di sollievo a Bruxelles, ma la situazione politica nel Paese resta grave: con la popolazione spaccata a metà, a prevalere restano le scelte politiche di estrema chiusura come i blocchi al Brennero e le proposte di rinchiudere i migranti sulle isole greche, modello Ellis Island.

Un’eventuale vittoria del “remain” il 23 giugno, quindi, continuerebbe lo stesso a dare voce a chi ha votato “leave”, e forza a tutti gli altri stati membri che, ricattando Bruxelles di andarsene, si troveranno spalancata la strada delle concessioni politiche. Soprattutto in termini di crisi dei rifugiati, dove dalla Polonia all'Ungheria sino alla Slovacchia e all’Austria le resistenze sono fortissime a tutti i progetti veramente comunitari per gestire il problema.

Il nuovo Piano della Commissione Ue ricalcando il Migration compact proposto dall'Italia vuole cercare ora di inquadrare a medio-lungo termine il fenomeno, proponendo accordi bilaterali con i Paesi di partenza e transito sulla falsariga di quello con la Turchia cominciando con Niger, Nigeria, Mali, Senegal ed Etiopia più Giordania e Libano per 8 mld, con piani di sviluppo, finanziamenti, investimenti e microcredito. Oltre a una revisione del sistema di immigrazione legale verso l'Ue, la blue card, in cambio di un freno all'immigrazione clandestina. Intanto l’estate è di nuovo alle porte, con la moltiplicazione degli sbarchi sulle coste dell’Italia e delle morti nel Mediterraneo.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

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