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Ridisegnare il carcere

di Chiara Genisio - “La società che offre un’opportunità ed una speranza alle persone che ha giustamente condannato si dà un’opportunità ed una speranza per diventare migliore”. È uno dei tanti passaggi che sintetizzano il lavoro di oltre un anno degli “Stati generali sull'esecuzione penale” voluti dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Un percorso articolato in 18 tavoli tematici che hanno spaziato dal binomio architettura e carcere alla salute e disagio psichico, agli stranieri ed esecuzione penale, al mondo degli affetti per i carcerati alle misure di sicurezza, sport cultura, istruzione, a chi dentro il carcere ci lavora, al trattamento rieducativo, ai minorenni, alle donne in carcere e altri ancora, oltre duecento le persone coinvolte tra esperti, magistrati, operatori, volontari e alcuni detenuti.

Un lavoro importante che si è concluso con una due giorni (18-19 aprile) dentro il carcere di Rebibbia, a cui ha partecipato come uditore anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E in streaming tanti detenuti delle numerose e ancora affollate carceri italiane. Tutto è nato proprio per il superaffollamento che è costato all’Italia, negli anni scorsi, una condanna dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Il ministro Orlando ha voluto cambiare approccio per modificare le cose, ha scelto di allargare la platea per arrivare ad una ridefinizione dell’esecuzione penale e quindi del reinserimento di ogni detenuto, di ridisegnare un carcere dignitoso e umano. Aprendo i lavori a Rebibbia il Ministro ha scelto di ripetere delle parole tratte dai muri di alcune prigioni italiane: “Il carcere è il luogo in cui si svolge un ozio senza riposo, dove le cose facili vengono rese difficili dalle cose inutili”.

Una sola frase che rende però l’idea di come si vive dentro molte case di reclusione, mentre all'esterno un’opinione pubblica vede nel carcere l’unica soluzione alla paura. Una paura che secondo il Guardasigilli “è il primo punto su cui occorre lavorare”, lo ha ribadito chiudendo la due giorni, perché la percezione siamo noi. Per Orlando “il carcere viene usato come strumento di propaganda e di paura. Dobbiamo quindi spiegare che il carcere è necessario e serve per realizzare sicurezza, ma a patto che sia un carcere dove il tema non è solo segregare ma è anche costruire un percorso che sia condizione per una reintegrazione sociale”. I numeri dimostrano che dove accade la recidiva viene abbattuta, e di tantissimo. Il carcere deve diventare, deve essere uno strumento contro il crimine e non come ha sottolineato il ministro “scuola di formazione alla criminalità pagata dai contribuenti”.

Investire in sicurezza si, ma guardando alla giusta direzione, come potenziando il settore dell’esecuzione penale esterna. Un esempio per tutti: i 98 detenuti degli istituti penitenziari di Roma che in occasione del Giubileo della Misericordia sono impegnati per la manutenzione degli spazi verdi, per gli interventi al decoro della città e per l’assistenza alle persone nelle aree cittadine interessate dagli eventi religiosi. Investire diventa quindi prioritario, ma ciò che è emerso dai lavori degli stati generali rimarca che non è più il tempo delle sperimentazioni, ma quello dei progetti concreti. Come rendere effettivo il diritto alla studio per i detenuti. Ai lavori c’era anche il ministro all’Istruzione Stefania Giannini, è stata lei ad anticipare che a breve sarà lanciato un bando con risorse destinate a coinvolgere mille giovani detenuti, tra i 25 e i 35 anni, che potranno formarsi professionalmente e rientrare così nella società con maggiori chance. Altro impegno che si è assunta è quello di portare sempre di più la scuola dentro il carcere. Cultura, studio, ma anche salute. Questo è un altro fronte scoperto per i detenuti. Una soluzione l’ha suggerita il ministro per la salute Lorenzin.

“La telemedicina – ha evidenziato – sarà la vera risposta per la salute in carcere e consentirà di assicurare la massima assistenza anche nei casi di urgenza”, dal ministro arriva anche l’impegno per uno stanziamento di 400mila euro, rivolto a contrastare il dilagare dei suicidi in carcere, “il rischio suicidi di chi è appena entrato in carcere – ha detto – è del 53% ed è più alto tra le donne e gli italiani”. Un rischio che si può sconfiggere anche offrendo la possibilità di lavorare, perché come ha ribadito Poletti, un altro dei ministri presenti, “l’occupazione dei detenuti è uno strumento essenziale di rieducazione”. Tante le sollecitazioni nate da questi Stati Generali, molte confluiranno in nuove normative, ma come ha ricordato nel suo intervento il card.

Angelo Bagnasco “le leggi possono giustamente normare il vivere comune, ma non arrivano a normare la coscienza. Esse hanno certamente una ricaduta anche educativa, nel bene e nel male, ma la coscienza è un’altra cosa, e storicamente questo nucleo intimo di ciascuno è stato il punto di forza per ogni riforma, lo scatto per pensare al futuro”. Ora a ciascuno tocca compiere la propria parte perché diventi realtà una pena che rieduchi e non solo.

 

 

 

Rubrica di NUOVO PROGETTO