Sermig

Felici di fare felici gli altri

Dom Luciano Mendes, uomo delle beatitudini.

di Rosanna Tabasso - Lo scorso 27 agosto abbiamo ricordato i dieci anni della morte di Dom Luciano. “Chi era?” – ci chiedono i nostri bambini, i giovani e tanti nuovi amici che si sono uniti alla nostra fraternità in questi ultimi anni. Abbiamo cercato di raccontare di lui perché ricordarlo ci fa bene e fa bene a tutti conoscere questo uomo di Dio , il miglior amico di Ernesto, nostro padre nella fede di cui è in corso la causa di beatificazione. È facile parlare di lui e nello stesso tempo è difficile non essere banali. Non era un uomo appariscente, non faceva gesti straordinari, era semplicemente un cristiano, in ogni aspetto e in ogni tempo della sua vita. Nella sofferenza, nelle durissime prove, nella malattia e nella morte era di Dio, senza ostentazione, con naturalezza. Viveva la sua umanità già trasfigurata dalla fede e questa è la sua preziosità. Se le beatitudini sono la sintesi della vita di un cristiano, dom Luciano le incarnava, le viveva, erano la sua faccia e la sua vita. “Beati i poveri”: si era fatto povero per stare con i poveri.

Per sé non aveva più del necessario e spesso lo divideva ancora. Era essenziale in tutto ciò che riguardava la sua persona, ma si faceva in quattro per rispondere al desiderio di qualcuno che aveva vicino. Non cercava privilegi, potere, ricchezze, ma in ogni situazione metteva i poveri al primo posto. Per portare la voce degli oppressi saliva spesso i gradini dei potenti e metteva in luce le sue doti e la sua intelligenza. “Beati gli afflitti”: conosceva bene l’afflizione! Era sempre sorridente, ma di un sorriso mesto. Ci spiegava che c’era più gente che piangeva di quanta non ce ne fosse che rideva, per questo stava dalla parte degli afflitti che frequentava. Nel cuore era gioioso perché era sempre attaccato al suo Signore, ma come non sentire il peso dell’umanità sofferente?

“Beati i miti”: non rivendicava mai per sé, pronto a perdere sempre. Non era mai aggressivo, ma non che cedesse davanti alla difesa dei poveri. Anche di fronte ai potenti, con pazienza, spiegava e rispiegava, lasciando sempre spazio agli avversari di ravvedersi. “Beato chi ha fame e sete di giustizia”: dom Luciano era difensore dei deboli e ricercava con ostinazione il bene degli oppressi. La sua era fame e sete del Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace per i miseri della terra. Incontrava i potenti del mondo ed era indomabile, nel dire con fermezza l’esigenza di giustizia. “Beati i misericordiosi”: chi di noi lo ha conosciuto, ha sperimentato il cuore misericordioso del pastore che lascia le novantanove pecore per cercare quella che si è persa; il cuore del padre che aspetta con trepidazione il ritorno del figlio lontano; il cuore dell’amico, dell’amico più caro, che ti segue comunque sempre come se tu fossi la sola sua preoccupazione.

“Beati i puri di cuore”: non dava spazio alla malizia, non conosceva la calunnia, non chiudeva mai il rapporto con nessuno, di ognuno sapeva valorizzare il bene e mai puntava il dito sui difetti, sugli sbagli, sulle imperfezioni che pure sapeva riconoscere. La sua purezza di cuore lo rendeva capace di mettere in luce in ognuno sempre il bene e per ognuno sapeva aspettare il tempo della conversione. “Beati gli operatori di pace”: durante la seconda guerra mondiale il suo giovane zio Luciano, studente in Francia, si era arruolato come aviatore ed era morto. Dom Luciano non l’aveva conosciuto, ma da bambino vedeva in casa la sua foto e pensava che da grande anche lui avrebbe fatto l’aviatore. Invece fece il prete ma avendo conosciuto le tragiche conseguenze della guerra era cresciuto desiderando di contribuire alla pace. Non la rivendicava, la viveva. Quando l’abbiamo incontrato per la prima volta il 15 gennaio 1988, arrivava dal Libano in guerra. Ci chiese subito di aiutare la gente di là, prima ancora che i poveri del Brasile.

Beati i perseguitati per causa della giustizia”: per difendere i più poveri ha conosciuto anche questa beatitudine. Gridava forte la sua denuncia e le sue parole erano un faro per la Chiesa del Brasile, per tutti noi, ma quante volte ha trovato davanti a sé chi l’ha ostacolato, chi l’ha emarginato, chi l’ha allontanato per metterlo a tacere!

Dom Luciano era così. Talmente modesto e umile che ogni momento in modo naturale sapeva trovare l’ultimo posto, non solo perché non voleva apparire, ma perché con il suo animo gentile voleva essere una presenza lieve, sia che fosse accanto ad un presidente che ad un bambino di strada. Era presente senza comparire e come in una messa da 24 ore su 24 era lì per offrire e per servire. L’offerta era la sua preghiera continua; non lo diceva ma a vederlo sapevi che era lì per portare la presenza del Cristo in quel pezzo di mondo, in quel tratto di storia. Il “Posso servire?” era il suo intercalare. Ma non era un modo di dire. Ognuno di noi che l’ha conosciuto ha da raccontare tante situazioni in cui con naturalezza si è alzato da tavola prima di tutti per sparecchiare, ha fatto chilometri a piedi per trovare un regalo particolare per un ragazzino, si è fermato per strada nel bel mezzo di una visita pastorale per caricare una vecchietta e portarla dal dentista… Umili gesti di bontà che, se non avessimo conosciuto bene dom Luciano, potevano sembrare finti. Dom Luciano non era finto e questa era la sua vita radicalmente e naturalmente evangelica.

L’umiltà era la sua forza ma per i poveri metteva a frutto tutti i doni della sua intelligenza e del suo vastissimo sapere, così ha saputo scrivere pagine che resteranno nella storia delle nazioni e nella storia della Chiesa; forse non si ricorderà il suo nome ma noi sappiamo bene che quelle pagine le ha scritte lui. Un uomo, un prete, un vescovo che viveva per far felice gli altri. Aveva dentro di sé la certezza che la cosa più bella che Dio ha creato per noi è la capacità di amare, amare l’altro, aiutarlo a tirar fuori il meglio di sé, aiutarlo ad essere felice. Felice di far felici gli altri. Questo amava più della bellezza del creato, più dell’arte, più di ogni altra cosa. Dom Luciano seminava felicità in chiunque avvicinava, con un sorriso, un gesto, una parola, semplicemente. E non era un santino: è un santo, il santo delle beatitudini.







Rubrica di NUOVO PROGETTO