Sermig

Solo l'amore disarma

Di Elena Goisis - Napoli, 4 ottobre 2015. Quarantamila giovani in Piazza del Plebiscito danno vita al quarto Appuntamento Mondiale Giovani della Pace che ha come filo conduttore la parola coscienza. Le testimonianze, i canti, la partecipazione gioiosa non cancellano l’atmosfera di silenzio e perdono a cui aveva invitato Ernesto Olivero nel suo intervento iniziale. Una piazza vuota di odio, titolo di un articolo sull’evento apparso sul sito cogitoetvolo.it, è una significativa sintesi. Il quinto Appuntamento a Padova il 13 maggio 2017 è una nuova tappa del cammino che si radica nella convinzione che il mondo si può cambiare, con i giovani, che L’odio non ci fermerà, come sottolinea il titolo. “Vorremmo che noi musulmani, noi ebrei, noi cristiani, noi credenti e non credenti vivessimo ogni giorno il perdono, perché senza perdono cresce il rancore che genera guerra. Ci piacerebbe parlare tutti la stessa lingua, quella dell’amore”, ricordava Ernesto Olivero nel suo intervento a Napoli.

Non bisogna avere un cannocchiale per trovare chi fomenta l’odio nel mondo in grado di innestare reazioni a catena fino a diventare una valanga che tutto può trascinare con sé. Basta pensare alle situazioni di ingiustizia, di violenza, di guerra, di sfruttamento, di annichilimento, di sopraffazione che calpestano la vita e la dignità delle persone. Basta pensare alle ideologie che inducono a ritenere che l’altro non è come te.

La cura per non far crescere l’odio dentro di sé sta nel difficile cammino del perdono. In un incontro all’Università del Dialogo, vittime del terrorismo brigatista avevano portato la propria testimonianza. “Per molti anni ho odiato chi aveva ammazzato mio padre. Poi ho smesso, perché ho capito che se loro avevano disumanizzato le vittime, io stavo facendo la stessa cosa con loro” (Giovanni Ricci). “Solo da adolescente ho focalizzato il dolore che mi ha fatto desiderare di uccidere gli assassini di mio padre. Sono anche caduto in dipendenze. Con fatica e incontri ne sono uscito facendo i conti con me stesso: mio padre era morto per dare la vita ad altri mentre io cosa stavo facendo? Ad odiare si sta male e non si finisce mai, io non volevo più star male. Ho capito che la mia dipendenza vera era l’odio verso queste persone” (Giorgio Bazzega).

Essere ponti e non costruire muri è un obiettivo per costruire situazioni di pace. L’Arsenale della Pace ha il suo muro, formato di mattoni recuperati dal vecchio arsenale militare, ma è un muro che rappresenta l’unione tra i popoli. Su di esso una scritta nera su sfondo bianco: La bontà è disarmante. Ogni mattone del muro porta il nome di un Paese del mondo nel quale il Sermig ha portato aiuti alla popolazione, disarmando le tensioni causate dalla violenza e dall’ingiustizia. Il muro è sbrecciato, a indicare che le divisioni tra persone e popoli si possono abbattere. È stato inaugurato l’1 febbraio 1996 dal card. Carlo Maria Martini, all’epoca arcivescovo di Milano. In quell’occasione gli avevamo chiesto di tenerci una lezione sul tema della pace. Aveva detto tra l’altro: “La profezia degli operatori di pace è un dono preziosissimo, che costa sacrificio, ma è anche un dono fragile, cioè accolto in vasi d’argilla. Quindi va custodito ogni giorno nell’umiltà, nella preghiera, nel perdono quotidiano, nel dialogo con tutti, perché è un dono straordinario, è una vocazione preziosa, importante, una vocazione per la quale dobbiamo essere grati”.

Per abbassare la temperatura dell’odio i buoni di qualsiasi appartenenza ideologica, religiosa, politica, culturale è importante che si riconoscano e si incontrino per diventare artigiani di pace. L’Arsenale dell’Incontro a Madaba in Giordania ne è un esempio. Nell’agosto 2015 dei profughi iracheni minorenni, che frequentano l’Arsenale dell’Incontro, alla domanda se provavano rancore verso chi aveva rovinato loro la vita, hanno risposto: “No, non proviamo odio, rancore. Nel nostro cuore c’è un grande dolore per la nostra situazione e per chi come noi sta vivendo questa sofferenza; c’è dolore per chi è autore di tanta barbarie, ma c’è anche perdono verso queste persone. Sono loro ad aver bisogno della nostra preghiera, perché il loro cuore possa essere illuminato e comprendano che non si può uccidere così, che l’uomo va rispettato in quanto persona pur nelle differenze di fede, di cultura… Gesù ci ha chiesto di perdonare settanta volte sette e, se noi siamo cristiani non solo a parole, dobbiamo vivere questo senza esitazione, soprattutto quando tutto sembra andare controcorrente”.

Chi sa perdonare non coltiva un sentimento di vendetta, non trattiene nel cuore l’odio che fa diventare gli uomini nemici tra loro. La vendetta non riporta i morti in vita, non ricostruisce le case e le scuole distrutte, non cura il dolore delle famiglie. Il perdono libera le energie bloccate nel rancore e permette di investirle in vita, in futuro, in speranza. È dato per-dono, cioè ripristina la catena della gratuità: io oggi perdono te perché tu domani perdoni un altro.

Le religioni poi possono testimoniare il Dio della pace e non della guerra dialogando in modo pratico attraverso la costruzione del bene, la condivisione del dolore, il chinarsi sulle fatiche dei più deboli e la solidarietà concreta verso di loro. Il tutto per ricostruire i ponti distrutti dall’odio e dal rancore e guardare, insieme, al futuro con occhi diversi. Nel recente incontro di Assisi il Papa ha invitato tutti a liberarsi dai fardelli del fondamentalismo e dell’odio e ha pregato per le vittime delle guerre che inquinano i popoli con l’odio: “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa e non la guerra!”.

Dopo le stragi di Parigi del 13 novembre 2015 un pensiero scritto da Ernesto Olivero offre uno spunto di impegno personale: “Con tutti gli amici che credono in un’umanità nuova, in un mondo nuovo, per chi come noi crede che è possibile, chiediamo a Dio la forza di continuare ad asciugar lacrime, di non trasformarle in odio, di essere testardi nell’amore, di scegliere una volta di più di restare decisi sulla difficile strada in cui, lo sappiamo, misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno”.

Non cadere nella trappola dell’odio e costruire la pace è il cammino dei Giovani della Pace per preparare il loro quinto Appuntamento. Ecco come materiale didattico alcune riflessioni di Ernesto.

“I giovani hanno capito che il mondo si può cambiare con dei sì e dei no, che la diversità è una ricchezza, che l’odio è sempre sbagliato, che il perdono e il dialogo costruiscono ponti, che credenti e non credenti, ebrei, cristiani, musulmani, indù, buddisti… possono rispettarsi, che la natura va custodita e non violentata, che vita dignità e libertà sono per tutti, che la pace è possibile.

Se vince l’odio perdiamo tutti. Il frutto dell’odio è solo morte e altro odio. Se vince la pace la fame non c’è più, l’economia porta lavoro, la scuola è per tutti, lo straniero trova casa. Vinciamo la pace. Non è mai stato. Perché non ora?

L’odio è diventato l’oggi e vuole di-ventare il domani. Ma l’uomo può farsi prendere dalla saggezza. Può trasformare l’oggi nel momento più interessante della storia. L’oggi del ritorno in noi stessi, del ritorno a Dio, del ritorno all’altro che sono io. La pace può essere, il male può finire. L’oggi è nelle nostre mani”.