Schiavi 2.0

di Gian Mario Ricciardi - La tecnologia non uccide, è l’uomo a farlo. Morire per un’immagine privatissima finita sulla piazza grande. Tristezza e fragilità s’intrecciano mentre la cronaca, quasi ogni giorno, ci scaraventa in casa ciò che la rete insaziabile aggancia, qua e là. È l’ora di gettare le maschere. Sono troppe e nascondono le nostre debolezze e le nostre paure.

Siamo sempre, quasi tutti, troppo connessi. Le fermate dei tram sono affollate di gente che chatta: la maggioranza sono ragazzi e giovani, ma vanno forte anche i quaranta-cinquantenni. Sempre a pigiare. Al ristorante e nei bar le stesse scene e così in auto. Internet taglia le distanze, accorcia i tempi, ma non ha un’anima: quella la mettiamo noi. Viviamo nella società dello spettacolo, della visibilità, delle tante notizie che viaggiano nell’etere. Non ci sono regole, soprattutto non ci sono responsabili. Quanti morti di bullismo ci sono stati? Impossibile avere una cifra certa. Quante vittime hanno viste infrante le loro speranze per una foto finita in rete? Quante persone soffrono perché schiacciate dalla vergogna, dai timori, dalle personali fragilità? Ma non ci sono responsabili. Si può pubblicare di tutto. E, credetemi, si farà di più. Non esiste una frontiera.

Il buongusto lo è per chi ce l’ha, l’educazione forse, ma bisogna averla costruita con sapienza, moderazione, equilibrio. Così, spesso molti di noi cercano soluzioni alla insopportabile solitudine pubblicando foto, film o rendendo di pubblico dominio personalissimi stati d’animo e private sofferenze. Può essere anche divertente, ma… Ci hanno insegnato che “la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri”, abbiamo assistito a performance a volte inutili dei garanti della privacy che qualche paletto l’hanno messo. Il privato ci coinvolge ormai in ogni momento della giornata: in banca, in posta, in ospedale, dalle assicurazioni, nei contratti. Ed è giusto che sia così. Chi ci difende però dalla rete? Non c’è un direttore responsabile, come nei giornali, che risponde di tutto ciò che viene stampato. È il far west, la giungla, la prateria sconfinata.

E allora può succedere di tutto. Come a Napoli dove una donna s’è ammazzata perché qualcuno aveva inserito un film che la ritraeva in momenti privatissimi ed è diventata virale. Come a Rimini dove, di fronte ad un’amica stuprata, altre ragazze non hanno saputo fare altro che filmare sghignazzando. Come in paesi e città dove ragazzini hanno tentato di suicidarsi (o l’hanno fatto) per una fotografia di cui si vergognavano, messa in rete dai bulli di turno. Così la rete diventa luogo di vendette, di ricatti, di insensate azioni di gruppi e gang d’ogni genere.

Quante parole in queste settimane. Quante inutili parole. “I colpevoli siamo tutti noi”. In tv il padre di Carolina Picchio, la ragazzina che si è gettata dalla finestra dopo che la violenza subita a una festa era divenuta un video virale, ha detto: “Sei stato tu e tu e tu”». Cioè noi. La realtà è che c’è una generazione non preparata alla vita, all’amore, al sesso, esposta alle sirene di una rivoluzione tecnologica in sé innocente, che è un’opportunità incredibile, ma che abbiamo elevato a divinità contemporanea senza renderci conto della facilità con cui ci può divorare e distruggere. I codici (come le grida manzoniane) sanciscono il diritto all’oblio. Ma qualsiasi cosa messa in rete diventa incancellabile, eterna, a volte un marchio indelebile come quello degli schiavi, e ci può ridurre tutti in catene: schiavi 2.0 e, se volete 3.0, schiavi del terzo millennio.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

 

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