Sermig

Non solo bulli

di Marco Grossetti

MEGAN E JOSH

“Tutti sanno chi sei. Sei una persona cattiva e tutti ti odiano. Che il resto della tua vita sia schifosa. Il mondo sarebbe un posto migliore senza di te”. Sono le parole inviate a Megan, una ragazzina americana di 13 anni del Missouri, da parte di Josh, un ragazzo di 16 anni, bello, biondo, simpatico. Scaricata, dopo settimane di corteggiamento online attraverso la chat di My Space: Megan e Josh hanno messaggiato per ore e ore, si sono scambiati segreti, problemi, sogni e confidenze, senza incontrarsi mai di persona. Lei era convinta davvero di essere diventata carina e interessante, senza sapere che lui era solo l’invenzione dei genitori della sua ex amichetta del cuore con cui aveva appena litigato. Mamma e papà avevano escogitato il piano perfetto per rimettere ogni cosa al suo posto: vendetta.


COPIA E INCOLLA

Il Report 2015 dell’Unesco, Countering Online Hate Speech, mette in evidenza quattro differenze per cui le parole lasciate sulla rete fanno molto più male di quelle dette guardandosi negli occhi. Uno, la permanenza: quello che viene postato su internet può essere copiato, incollato, linkato all’infinito. Due, il ritorno imprevedibile: un testo o un’immagine possono sparire e poi ricomparire da un’altra parte anche a distanza di anni, il diritto all’oblio in rete non è concesso. Tre, l’anonimato: è possibile dire le peggio cose rimanendo nell’ombra, insultare gratuitamente un perfetto sconosciuto oppure assumere un’identità diversa da quella reale, proprio come hanno fatto i genitori dell’amichetta di Megan. Quattro, la transnazionalità: l’odio attraversa il mondo, non ci sono limiti e non ci sono confini. Una cosa può succedere in Italia ed essere commentata, vista e diffusa un secondo dopo dall’altra parte del mondo.


NET-CITZENSHIP

Per capire la portata di questo fenomeno basta considerare alcuni dati sul social più diffuso e utilizzato in rete: Facebook. Se fosse uno Stato sarebbe il più popolato del mondo, con 1,65 miliardi di abitanti, altro che Cina o India. Anche se ci sono utenti con identità inventate, multiple o inattive, tutti hanno il potere di entrare nel mondo reale e fare succedere delle cose alle persone vere, quelle con la testa, le gambe, le braccia, gli occhi che leggono, le orecchie che ascoltano e il cuore che batte. 1,65 miliardi di utenti vivi, che almeno una volta al mese dicono, scrivono, guardano qualcosa, 1,09 miliardi di loro lo fanno addirittura ogni giorno scambiandosi 45 miliardi di messaggi, guardano video 8 miliardi di volte, mettono 10 miliardi di like. Non è stato scritto sopra i nostri documenti, neanche con un carattere minuscolo e un asterisco a fianco come quelle cose che non si possono non dire ma è meglio non sapere. Semplicemente, è successo. Sono stati scritti libri, organizzati convegni e congressi, finanziate ricerche per capire quanto ci può fare bene o male. Però nessuno ci ha insegnato come si fa. Siamo diventati tutti cittadini della rete.


iRULES

Jannel Burley Hofmann, coach familiare, giornalista e soprattutto mamma di 5 figli, ha fatto di tutto per fare stare il suo figlio più grande lontano dalla tecnologia, arrendendosi al compimento dei suoi primi 13 anni. Invece di un biglietto con sopra scritto tanti auguri, insieme al pacco con dentro l’iPhone c’era un contratto con 18 iRules da sottoscrivere, le regole per ricevere e tenere il regalo. iRule numero uno: “Il telefono è mio. L’ho comprato io. Lo pago io. Te lo presto. Non sono una persona fantastica?” Il contratto è poi diventato anche un libro: iRules. Come educare figli iperconnessi. Jannel ha capito che era inutile vietare, chiudere, togliere, doveva entrare anche lei nel mondo virtuale. Si è fatta un account su Snapchat, apposta per potere avere un linguaggio e una conoscenza condivisa con il figlio sull’utilizzo di questo social, difficilissimo da tenere sotto controllo anche per la mamma più attenta, perché ogni messaggio inviato sparisce dopo 20 secondi. Ogni tanto lei e suo figlio fanno una tech talk: una chiacchierata più o meno amichevole sulle tecnologie che utilizza, perché il compito di una mamma è proteggere, guidare, consigliare, limitare, quando è necessario vietare o togliere. Al tuo bambino mica gli fai mangiare tutte le sere patatine fritte solo perché gli piacciono.


ORFANI

Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, ha dichiarato recentemente al Corriere della Sera che “c’è uno scollamento sempre più frequente tra lo sviluppo biologico, il corpo dei bambini e quello che in realtà stanno pensando e facendo. E c’è il mondo virtuale che non è a misura di bambino e nemmeno di preadolescente. Potrà diventarlo se noi adulti sapremo regolamentare, supervisionare e accompagnare i nostri figli all’interno di un territorio così vasto e complesso. Ma oggi c’è una voragine dove si dovrebbe fare educazione alla sessualità e all’affettività. E mentre i genitori stanno zitti, il mondo fuori, urla”. Il web è pieno di figli orfani dei loro papà e delle loro mamme, lasciati soli a farsi tutto il male che vogliono con in mano uno smartphone con il maggior numero di gigabyte possibili. Il report dell’Unesco sopracitato indica cinque strategie da sviluppare per combattere la diffusione dell’odio sulla rete: l’educazione, la responsabilità dei mass-media, i possibili interventi legislativi, la trasparenza e la responsabilità dei social, le misure tecniche da adottare. Se tante di queste azioni spettano alle istituzioni, ci sono strategie e strumenti a portata di mamma e di papà, che quasi nessun genitore adotta, mentre bambini e ragazzi giocano a farsi male.


CLICK

Anche se Josh, il ragazzo bello, biondo e simpatico, inventato dai genitori di Megan non esisteva, lei ha pensato davvero che il mondo potesse essere migliore senza la sua presenza ed è sparita senza fare rumore con una corda appesa al collo dentro l’armadio della sua cameretta, sopraffatta dal male ricevuto da una persona che non esisteva. Come racconta nel saggio L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica presso l’Università degli Studi di Milano, è un odio connesso e dematerializzato, istantaneo e asimmetrico, perché non ci sono confini, separazioni, compartimenti, camere di depressurizzazione. Quello che succede lì, parole, immagini, video che guardiamo, postiamo, commentiamo, linkiamo mentre facciamo altre mille cose su smart-phone e pc, arrivano dritto al cuore di chi riceve quelle parole o compare in quelle sequenze. La tracciabilità della rete e l’impossibilità di un reale anonimato non riescono a fermare la diffusione dell’odio, perché tenere tutto sotto controllo ha un costo economico e tecnologico insostenibile. L’odio virtuale in un attimo diventa reale e globale, con l’aggravante dell’amplificazione del danno e della persistenza del danno diffuso: la rete oggi è lo strumento con la più alta capacità diffusiva d’informazioni del mondo. Basta un click per distruggere la vita di una persona: ti voglio male per sempre.


LIKE

“Le parole fanno più male delle botte. Cavolo se fanno male.” È una frase della lettera con cui Carolina ha detto ciao al mondo. Carolina era una ragazza come Megan, uccisa dalle parole di persone che esistono davvero ma che lei non conosceva: 2600 like, maldicenze e volgarità di commento ad un video fatto quando lei era in uno stato di completa incoscienza. Il 10 ottobre aprirà a Milano il primo centro nazionale per la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo ed ai fenomeni illegali della rete e sarà proprio dedicato a lei. Perché il problema sembra essere più educativo e normativo che tecnologico: il web sarebbe pieno anche di gesti di amicizia, vicinanza, tenerezza che fanno stare le persone meglio, di relazioni che ti catapultano positivamente senza alcuna possibilità di uscita nella vita reale. L’importante è non doversi avventurare da soli per una strada piena di trappole, cattivi, pericoli, mostri. È per questo che Jannel la sera ogni tanto convoca il figlio nel salotto di casa per una tech talk. Quando le cose vanno male, tira fuori il contratto con la iRule numero 18: “Combinerai qualche pasticcio. Ti porterò via il telefono. Ricominceremo da capo. Noi due non finiremo mai di imparare. Sono dalla tua parte. Siamo alleati.