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Bambinisenzasbarre onlus

di Chiara Genisio - Ogni giorno quasi centomila bambini varcano innocenti le porte di una prigione. Non hanno commesso un reato, la loro unica colpa è quella di avere un genitore rinchiuso in una delle 193 carceri sparse per tutto il Paese. I dati sono dell’associazione Bambinisenzasbarre onlus, da anni impegnata in ambito penitenziario per promuovere la continuità della relazione tra figlio e genitore detenuto.

Ai primi di settembre, la presidente Lia Sacerdote ha firmato il rinnovo del Protocollo d’Intesa Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, un documento importante che riconosce la continuità del legame affettivo con il padre o la madre in prigione. Con l’associazione hanno sottoscritto la Carta il ministro della Giustizia Andrea Orlando e il Garante nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza Filomena Albano. Una firma importante per un documento unico a livello europeo (sono oltre due milioni nei Paesi del Consiglio d’Europa i bambini che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà detenuto), che impegna il sistema penitenziario italiano a confrontarsi con la presenza quotidiana dei minori in carcere. Un incontro che avviene in un luogo estraneo e per loro potenzialmente traumatico, sottoposto a regole e tempi che non sono fatti per i bambini.

“La sfida – sostiene Lia Sacerdote – è riuscire a intervenire sulle pratiche di accoglienza e di cura del carcere. La presenza dei bambini negli istituti di pena è paradossale quindi radicale nella sua richiesta di normalità e di riconoscimento dei propri bisogni diventati diritti. E questo deve avere una ricaduta positiva per tutti: i bambini stessi ma anche i genitori detenuti, agenti e operatori e, infine, per la collettività”. I bisogni dei bambini diventano sempre più diritti anche dietro le sbarre. Di fatto il protocollo rinnovato il 6 settembre per altri due anni amplia ciò che era stato sottoscritto nel 2014. Un testo che in questo biennio di applicazione si è già imposto come modello per la rete europea Children of prisoners Europe, ha sancito il diritto dei bambini ad andare a trovare i genitori in carcere in modi, luoghi e tempi più consoni alla loro età ed in base ad una ricerca di Bambinisenzasbarre, ha già determinato un miglioramento dei luoghi di accoglienza. Ma l’obiettivo è offrire molto di più. Ecco allora che il protocollo rinnovato detta le linee di comportamento che l’autorità giudiziaria dovrà tenere nei confronti di chi viene arrestato se ha un figlio minorenne.

Si invita ad applicare, dove possibile, misure alternative alla custodia in carcere, a non violare il diritto del minore a proseguire il rapporto con il genitore. Ancora nella politica dei permessi a valutare anche le necessità dei figli, con un occhio di riguardo alle giornate particolari come il compleanno, il primo giorno di scuola, la recita scolastica, le visite mediche. Il protocollo suggerisce (art. 3) di utilizzare le nuove tecnologie come le conversazioni in chat o con le webcam per aiutare a mantenere solido il rapporto genitore-figlio anche dalla reclusione. Ancora una volta si ribadisce l’obiettivo di evitare la permanenza in carcere dei bambini; a fine agosto secondo i dati del ministero della Giustizia erano 37 le mamme carcerate che hanno con loro il figlio.

Per questi bimbi si chiede di garantire il più possibile una vita simile ai loro coetanei all’esterno anche tramite la frequentazione di asili e scuole al di fuori dell’istituto penitenziario. Un Tavolo permanente a cui partecipano il Ministro della Giustizia, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, il Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale e l’associazione Bambinisenzasbarre, ha il compito di monitorare la giusta applicazione del protocollo. “Il tavolo – spiega Filomena Albano, Garante nazionale per l’infanzia – verrà convocato su impulso dell’Autorità garante, sarà importante verificare il numero dei colloqui effettivamente vissuti dai bambini e dagli adolescenti con i loro genitori, senza però mai dimenticare l’interesse dei minori, perché nessun bambino può essere costretto a far visita al proprio genitore, come nei casi in cui la causa della detenzione è proprio legata ad un reato in ambito famigliare”.

Come non pensare quindi agli orfani di femminicidio (oltre 1600 dal duemila, di cui 417 solo negli ultimi tre anni e tra di loro 180 minori) costretti a fare i conti con gli effetti di una violenza devastante. Fino ad ora invisibili per lo Stato, una solitudine che si sta squarciando. Di recente è stato presentato un progetto per il loro sostegno, si tratta di alcune linee guida per servizi sociali, magistrati, insegnati, forze dell’ordine in attesa di una legge che li tuteli, li sostenga e di un fondo statale come quello per le vittime di terrorismo e mafia. Azioni concrete e doverose perché i bambini non devono mai essere vittime dello stato di detenzione dei genitori e delle loro azioni violente.







Rubrica di NUOVO PROGETTO