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Colombia, la pace difficile

di Lucia Capuzzi - È il tempo di liberare le farfalle gialle per la Colombia. Per la prima volta, “anche le stirpi condannate a cent’anni di solitudine potrebbero avere una seconda opportunità sulla terra”. Il momento della “pace possibile” è scandito dai protagonisti dalle citazioni dello scrittore Nobel, Gabriel García Márquez. Non è un caso. Il suo capolavoro, Cent’anni di solitudine specchio surreale eppure fedele dell’interminabile conflitto. Da 52 anni, governo e Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc) si affrontano, armi in pugno. Nessuna delle due parti è riuscita a prevalere sull’altra. La guerra è diventata, così, una sorta di calamità naturale con cui fare i conti. Almeno fino ad ora.

Il 24 agosto, esecutivo e guerriglia hanno raggiunto l’atteso accordo, dopo quasi quattro anni di negoziati. Cominciati all’Avana il 15 novembre 2012. Era la quarta volta, che gli ex nemici provavano a trovare una soluzione non militare al conflitto. Stavolta ci sono riusciti. Un evento storico. Da qui l’importanza, anche simbolica, della cerimonia della firma, il 26 settembre, a Cartagena, a cui hanno partecipato 15 presidenti, tre ex presidenti, dieci leader delle organizzazioni internazionali. Papa Francesco, che si è speso in prima persona per la fine del conflitto, ha inviato a rappresentarlo il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. La città caraibica è stata scelta perché “capitale colombiana dei diritti umani”.

Il tavolo della pace è stato posto nel cuore del centro storico, di fronte alla chiesa di San Pedro Claver, il pioniere della tutela delle libertà fondamentali dell’individuo. All’inizio del XVII secolo, il gesuita spagnolo sfidò l’ira dei mercanti di schiavi per portare conforto e sostegno spirituale e pratico ai milioni di africani ammassati in città in attesa di essere venduti e smistati fra i vari latifondi. “Dato che i negoziati hanno messo al centro le vittime e i loro diritti – ha detto il presidente Juan Manuel Santos – abbiamo scelto Cartagena de Indias, città dove visse e morì il gesuita spagnolo”.

La pace d’inchiostro, però, deve ancora fare molta strada per diventare reale. Il referendum del 2 ottobre a sorpresa ha avuto esito negativo. La vittoria del sì all’accordo era data in netto vantaggio nei sondaggi, tuttavia un ampio settore dell’opinione pubblica nazionale – legata all’ex presidente Álvaro Uribe – si opponeva all’accordo perché lo considerava un cedimento alle Farc. Ma è davvero così? Il patto raggiunto – diviso in sei capitoli – prevede “garanzie di riparazione” per le vittime e “giustizia per i colpevoli”, la riforma agraria, la partecipazione politica degli ex guerriglieri, la lotta congiunta al narcotraffico, il processo di disarmo e smobilitazione. Punti controversi, su cui le parti hanno lavorato fino all’ultimo, in un’estenuante maratona. Il risultato di tre anni e nove mesi di equilibrismi – tanti certo, ma appena il 7 per cento del tempo di durata della guerra – è, come hanno riconosciuto gli stessi autori, un testo imperfetto.

A far discutere è soprattutto il sistema di giustizia transizionale previsto per quanti, fra i responsabili di crimini contro l’umanità durante il conflitto, riconoscono le proprie colpe. “In realtà è un punto molto innovativo. Solo molti non l’hanno capito. Non ci sarà impunità. Chi chiederà perdono e contribuirà alla ricerca della verità, riceverà ampi sconti di pena. Questo perché la giustizia transaziolucia nale mette al centro la vittima e la sua esigenza di riparazione piuttosto della punizione del colpevole.

Quanti, però, si rifiuteranno di ammettere le proprie responsabilità, saranno giudicati con il sistema tradizionale”, ha spiegato monsignor Luis Augusto Castro Quiroga, arcivescovo di Tunja, presidente della Conferenza episcopale colombiana e della Commissione di riconciliazione. Il dopoguerra dunque sarà lungo. E difficile. Gli ostacoli sono molti. Il primo è la questione della terra, radice primordiale del conflitto: tuttora il 4 per cento della popolazione possiede oltre la metà delle proprietà agricole.

Vi è, inoltre, il nodo, spinoso, del controllo dello Stato sulle zone rurali. Là, oltre alle Farc, agiscono gli altri guerriglieri storici dell’Ejercito de Liberación Nacional (Eln) e soprattutto le Bacrim. Queste ultime sono formazioni che hanno raccolto l’eredità criminale delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), paramilitari di estrema destra creati in funzione anti-Farc e poi diventate schegge impazzite. Le Bacrim stanno già cercando di colmare il vuoto criminale lasciato dalla guerriglia. Per aggiudicarsi, in particolare, il multimiliardario business della coca e delle miniere illegali. Le sfide sono ardue. Eppure, per la prima volta dopo oltre mezzo secolo, la Colombia può sottrarsi alla profezia e avere una “seconda opportunità sulla terra”. Starà ai cittadini riuscire a coglierla.








Rubrica di NUOVO PROGETTO