Brexit, e adesso?

di Lucia Sali - L’anno più lungo. E dall’esito più incerto. È quello che aspetta l’Unione europea, davanti a una vera e propria traversata del deserto che segnerà la sua ripresa o la certificazione della sua lenta ma inesorabile implosione. La Brexit e l’avvio dei difficilissimi negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, la continuazione o la rottura del Patto col diavolo della Turchia di Erdogan sui migranti, il destino dei controversi accordi di libero scambio con Stati Uniti e Canada, ovvero Ttip e Ceta, su cui l’opinione pubbl

Ma, soprattutto, le elezioni che si terranno a marzo in Olanda, tra aprile e maggio in Francia e, alla fine della prossima estate, in Germania: appuntamenti elettorali chiave che avranno un impatto diretto sul futuro dell’Ue, sulla sua guida e quindi sulla sua capacità a uscire o meno dalla risacca dell’Europa dei passi indietro. Il referendum britannico del 23 giugno, a differenza di quanto diversi analisti prevedevano, ha portato tutto tranne che chiarezza politica nelle intenzioni di Londra. Lo tsunami che ha spazzato via la classe dirigente inglese – non solo quella che ha perso lo scrutinio, come l’ex premier David Cameron, ma anche chi l’ha vinto come il leader del partito euroscettico pro-Brexit Ukip, Nigel Farage – ha fatto arrivare alla guida di un Paese in profonda crisi di identità la conservatrice Theresa May.

Ex ministro dell’interno dal pugno duro sui migranti, soprattutto contro quelli Ue che grazie alla libera circolazione – pilastro fondamentale dei valori europei – vivono e lavorano in Gran Bretagna, non ha potuto finora far altro che prendere tempo. E rinviare – forse al più presto a inizio 2017, oppure dopo le elezioni francesi e tedesche, ma c’è chi mormora mai – l’attivazione del famoso articolo 50, necessaria per far scattare formalmente la Brexit e i negoziati con Bruxelles per l’uscita dall’Ue. Intanto i restanti 27, dopo l’inconcludente vertice di Bratislava per ridare una direzione e rivitalizzare il progetto europeo, continuano ognuno per conto suo a portare avanti il business as usual nazionale. Evidenziando fratture sempre più grandi, tra l’altro, con i Paesi dell’Est del cosiddetto Gruppo di Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, anti-migranti, nazionalisti, ed eppure tra i principali beneficiari dei fondi Ue nell’allargamento del 2004.

Il tentativo del premier Matteo Renzi di fare pressione su Germania e Francia con il simbolico minisummit a Ventotene a fine agosto è caduto a mare: Parigi e Berlino sono concentrate sulle opinioni pubbliche nazionali, contrarie alle politiche pro-migranti e spaventate dall’ondata di terrorismo, in vista delle imminenti elezioni nei due Paesi dove i partiti dell’estrema destra populista, rispettivamente il Front National di Marine Le Pen e l’Alternative Fuer Deutschland di Frauke Petry, rischiano di fare il pieno di voti. E in questa ottica di ripiegamento su se stessa, l’Ue, in posizione di debolezza, continua a portare avanti l’accordo con la Turchia per bloccare l’arrivo dei migranti in Europa, in un gioco di equilibrismi moralmente e politicamente sempre più insostenibile dopo il fallito colpo di Stato anti-Erdogan. In questa paralisi della leadership politica entrano anche le intese commerciali con Usa e Canada.

Di fronte a una Commissione Ue sempre più indebolita, tra lo scandalo dell’ex presidente Jose Barroso ora tra i responsabili di Goldman Sachs e gli attacchi contro l’attuale presidente Jean- Claude Juncker, il ritorno dell’Europa degli Stati nazione, dopo la rottura del tabù da parte di Londra, potrebbe non essere più così lontano.








Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

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