Ricucire la speranza

Di Suor Rosemary Nyirumbe - Quello che è successo può sembrare eccezionale, incredibile, ma in realtà quello che ho fatto era il minimo, qualcosa di semplice, poca cosa. Sono una suora che a un certo punto della vita ha capito che la fede non va predicata, ma vissuta. Nel mio Paese, l’Uganda, ho incrociato il dramma delle ex bambine soldato, rapite da una delle milizie più atroci, quella guidata da Joseph Kony. Queste bambine erano obbligate ad assistere ad atrocità indescrivibili e a compierle in prima persona. Ragazze che erano costrette ad uccidere i propri famigliari, che hanno visto i propri cari morire e talvolta sono state le aguzzine di fratelli e sorelle più piccoli di loro.

Quando ho incominciato a sentire le storie di queste ragazze, la mia vita è cambiata. Semplicemente ho cominciato ad accoglierle. E mi ha commosso da subito il loro stupore, l’idea di una nuova vita che piano, piano cominciava a farsi strada. La prima conquista è stata riuscire a parlare, ad accogliere le loro confidenze. Io e le mie consorelle siamo riuscite con molta fatica a dialogare con ognuna di loro per aiutarle con il tempo a elaborare le loro tragedie. Non avrei potuto cancellarle, ma nell’ascolto avrei potuto vivere un nuovo presente, una nuova quotidianità. Comunicare che c’erano delle donne africane come loro disposte solo ad amarle, a com-prenderle, a condividere il dolore. La chiave per sconfiggere il male e l’odio è stata l’amore. Ma non bastava. Serviva anche dare una possibilità di futuro. Io l’ho trovata in ago e filo. E così è stato. Attraverso l’arte del cucito, queste giovani hanno imparato a credere nelle proprie capacità ed energie. Erano cresciute con l’idea delle armi? Bene, io rispondevo con altri strumenti, capaci letteralmente di ricucire un tessuto certo, ma anche un presente di vita con un passato di morte. Da qui, anche la scelta di usare materiali di scarto per realizzare borse o abiti, per dire concretamente che la spazzatura può diventare un tesoro, che è possibile prendere ciò che è inutilizzato per ricreare valore. Allora, se queste ragazze hanno la dignità, la forza, la capacità di costruire un oggetto bello vuol dire che dentro di loro qualcosa si è ricucito, che la speranza è rinata, è rifiorita. Il fatto che possano usare le loro mani, la loro fisicità, la loro memoria, la loro testa per costruire qualcosa mi dice che la dignità persa è stata ritrovata e che l’odio è stato sconfitto.

Sia chiaro, perdonarsi non è mai facile. Ogni giorno, incontro ragazze che piangono per quanto hanno commesso. Penso ad una in particolare, costretta a uccidere la sua sorellina. Per anni, non è riuscita ad andare oltre e umanamente è comprensibile. Però, non esiste altra strada per loro che entrare in un sentimento di accettazione, proprio perché non sono state responsabili di tanto male. Per me è straziante ascoltare questa atrocità, rendermi conto che certi fantasmi non ti lasciano. Eppure, di fronte a queste storie reagisco e ho trovato la forza di dire con energia: “Dio vi ha perdonato, non è stata colpa vostra”. Quando questa consapevolezza entra nel cuore, la vita cambia, va oltre anche i sentimenti di vendetta. La cosa più bella quando penso alle mie ragazze è essere riuscita a convincerle che l’odio non è la strada perché schiaccia la libertà, il cuore, il futuro. L’unica risposta è ricominciare dal presente prendendosi cura del lavoro, di se stesse, dei loro figli. Questo è stato un passo decisivo anche di fronte al mistero del male. A volte, ho chiesto al mio Dio: “Ma perché tutto questo? Come può l’uomo spingersi a compiere tanto male?”. Non ho avuto risposta, ma ho capito che di fronte al male posso continuamente dare il mio contributo per far ripartire una vita. Non posso ricucire labbra sfigurate, non posso cambiare un passato di morte, ma posso mettercela tutta per cambiare una vita. Questo conta, questa è la mia gioia, la mia vocazione!



Foto: GOTICO / NP

 

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