Dov’è il tuo pungiglione?

di Flaminia Morandi - Uno dei tanti motivi della potenza mediatica di Madre Teresa era il suo assistere i morenti in un tempo in cui davanti alla morte ci si gira dall’altra parte. Oggi si vive facendo finta che la morte non esista e si fa qualunque cosa per ritardarne l’arrivo, compulsivi controlli medici e fatiche improbe per conservare la salute. Quando la malattia diventa terminale, via da casa, s’avesse a togliere ai giovani l’illusione d’essere immortali, o a candidarli a una futura depressione con lo spettacolo del nonno che muore. In casa chi muore più? Se la famiglia esiste, facile che si dilegui e deleghi il nonno e il suo stato vergognoso a un hospice per malati terminali, meno male che c’è, almeno non si muore soli.

Quando poi la morte arriva, attacca la solfa della consolazione con due argomenti principali: che importa morire, tanto l’anima è immortale, oppure beato lui che è morto, finalmente liberato da una vita infame, ora nell’eterno riposo. Peccato che Cristo non sia morto per un eterno riposo, ma per la vita del mondo. Peccato che il cristianesimo, che non è una religione ma la rivelazione della vita nuova, abbia finito per comportarsi come ogni religione e consolare l’uomo dalla iattura della morte. In una comunità ebraica degna di questo nome, dice Ernest Guggen - heim, esiste sempre una confraternita che si dedica alla visita ai malati, all’assistenza agli agonizzanti, alle riunioni di preghiera intorno al suo letto o intorno al defunto, espressione della mitzvà fondamentale, l’esercizio della carità dettato dall’amore del prossimo, soprattutto quando non ha niente da ricambiare.

Intorno al malato in agonia i fratelli cantano i salmi e recitano lo Shemà, professione di fede nell’unità di Dio, in modo da pronunciare l’ultima parola, Uno, mentre l’anima lascia il corpo e si unisce alla sorgente divina da cui è venuta. La morte è un orrore, se è separazione dall’Amore. È nemica di Dio. La Vita piange davanti alla morte. Cristo piange davanti al suo amico morto, piange davanti alla madre che ha perso il figlio unico, prova paura e angoscia davanti alla sua stessa morte. Allora dove c’è la morte la Chiesa arriva con l’unzione degli infermi, il sacramento della guarigione. Ma non il sacramento della salute. Non un viatico per guarire nel senso secolarizzato, mondano che intendiamo noi, superstizioso e pagano. No. È un sacramento, cioè una trasformazione. Non dall’uomo in un superman che si rizza sul letto guarito.

Ma una trasformazione dal vecchio al nuovo, dal malato al martire testimone di Cristo, nel quale ogni cosa della propria vita, compresa la paura di morire, va verso la piena realizzazione in lui. Se ho fame e sete della vita nuova che è Cristo, in Cristo la morte diventa atto di vita, diventa il supremo, sublime atto di comunione con la vita e, sì, la sconfitta della mia morte. Cristo stesso mi ha aperto il passaggio, e io con fiducia gli vado dietro.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

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