Sermig

Il problema dell’altro diventa mio

La chiave è fermarsi e farsi prossimo...

di Rosanna Tabasso - Da pochi giorni sono tornata dalla Terra Santa, quella di Israele e quella di Giordania. Le colline della Galilea, le rive del lago di Tiberiade mi hanno aiutato a rivisitare tante pagine del Vangelo: incontri di Gesù con i discepoli, con i malati, con i bambini, con la gente che lo seguiva o lo contestava. Dal Tabor verso Gerulemme accompagnando con i passi la sua “ferma decisione” di recarsi là dove si sarebbe compiuto il mistero della sua vita (Lc 9,51). La strada da Gerusalemme a Gerico, scendendo verso la depressione del Mar Morto, dove Gesù ha ambientato il racconto di un uomo ferito dai briganti e soccorso da un samaritano. E poi, attraversata la frontiera tra Israele e la Giordania, di là dal Giordano, il luogo dove Giovanni Battista battezzava e dove Gesù si recò tra la gente per farsi lui stesso battezzare. Attorno al Giordano, ora poco più che un ruscello, sono rimasti i segni della fede dei primi secoli della vita cristiana a ricordare la santità di quel luogo: i basamenti di una chiesa, i mosaici del pavimento, resti di celle e di cappelle di monaci, cisterne di pietra usate per i battesimi che affiorano dalla sabbia. Tolti i canneti che crescono attorno al corso d’acqua, intorno è tutto deserto, silenzio, caldo. Ma non è difficile immaginare la fiumana di gente che giungeva qui per orientare la propria vita verso Dio, per lasciarsi cambiare il cuore: uomini, donne, bambini che ascoltavano il lieto annuncio del Vangelo e sceglievano la via di Gesù Cristo. Immergevano in quelle cisterne il loro passato e iniziavano una vita nuova. Quante vite sono cambiate in questi luoghi dove ora parlano solo più le pietre!

In tutto questo viaggio ho avvertito più di ogni altra cosa la presenza di queste folle: folle che seguivano Giovanni come qui al Giordano, folle che seguivano Gesù come i cinquemila per cui ha moltiplicato il pane o quelli davanti a cui ha pronunciato le beatitudini, folle che lo seguivano portandogli malati, indemoniati, pubblici peccatori. Gesù aveva a cuore ogni persona ma non si sottraeva alle folle, sentiva compassione per loro, “erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (Mt 9,36). Come quella volta che pressato dalla gente, sentì qualcuno che gli toccava il mantello: “Chi mi ha toccato?” E i discepoli: “Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia”. Gesù riprese: “Ho sentito che una forza è uscita da me”. Allora una donna dichiarò al popolo quello che le era successo. E Gesù la confermò: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace!” (Mt 8,43-48). Era attento Gesù alle singole persona ma non faceva distinzione tra uno e tutti, la folla non sottraeva attenzione al singolo e il singolo era parte della folla.

“Il problema dell’altro diventa mio” è scritto nella Regola del Sermig e Gesù è preciso nel darci il metodo: fermarsi, farsi prossimo del ferito di turno, scendere da cavallo e lasciare dunque la propria sicurezza, la propria comodità, caricarsi il ferito sulle spalle, portarlo dove può riprendere le sue forze, ripassare (Lc 10, 29-37). Ma è altrettanto preciso nel dirci che dobbiamo lasciarci assediare dalla folla, non rimandarla a casa senza aver dato cibo a tutti: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6,37). Allora possiamo tradurre al plurale la frase della Regola e può diventare “I problemi degli altri che diventano nostri”. Siamo comunità proprio per questo, perché insieme si può fare per tanti. Si può dare alla gente del nostro tempo il pane della fraternità, il pane della speranza, il pane del senso del vivere, il pane che cambierà la loro vita. Non saranno cose materiali, non saranno azioni dirette di aiuto, sarà solo un po’ di pane ma con Gesù quel poco diventa tutto. È quello che ci ripetiamo ogni volta che la nostre case si riempiono di giovani e non sappiamo dove metterli tutti: con la testa ci diciamo: “Eh no, adesso bisogna dire di no!”, ma con il cuore abbiamo capito che non vogliamo lasciarne fuori nemmeno uno. Davanti alle cisterne vuote del luogo del battesimo, di là dal Giordano, ho pensato che anche oggi i giovani e la gente smarrita del nostro tempo, cercano chi gli indichi vita nuova, cercano cisterne nuove piene d’acqua dove immergersi perché sentono il bisogno di cambiare vita, di trovare il senso. A volte è una ricerca muta, a volte non sanno di cercare, ma esserci spesso li muove dentro. E se non vengono da noi dove potranno andare ci ripetiamo, non con la presunzione di chi si sente capace (anzi), ma con la commozione che ci viene dal Vangelo.

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). Gesù ci insegna come affrontare la fatica delle folle, sproporzionate per chiunque di noi: portarle a lui, lasciare che tocchino anche solo un lembo del suo mantello, che prendano anche solo un pezzo di pane con lui, che si avvicinino a lui per trovare ristoro. Non guarirà tutti, non risolverà i problemi con la bacchetta magica, ma accanto a lui troveranno un senso di vita nuovo. Troveranno la forza di portare i loro pesi. Spesso abbiamo la presunzione di offrire al ferito di turno tutto ciò che può cambiargli la vita, con il rischio che l’altro diventi quasi una proiezione del nostro io. Gesù ci dice di dare con il cuore ma soprattutto di dare lui e ci insegna la via della sproporzione che richiede un passo decisivo nella fiducia, nell'abbandono. Come è successo a Pietro: “Quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!” (At 3,6). Se abbiamo Gesù dentro di noi più di ogni altra cosa capiremo come si fa.







Rubrica di NUOVO PROGETTO