La via della pace

di Annamaria Gobbato - “La pace inizia in casa, nel dialogo tra padre e madre, nel loro rapporto, nel modo in cui una famiglia si relaziona con gli anziani. Comportatevi bene, siate gentili, non egoisti, ricordatevi che esiste l’altro. Questo è stato il crimine del primo assassino, Caino, che voleva tutto. Non c’era per lui un fratello ma un concorrente, un avversario. Studiate la storia: se non si conosce il proprio passato non si può conoscere il proprio futuro. Ricordatevi che anche gli altri hanno diritto di vivere”.

Sono parole importanti, quelle che Rav Israel Meir Lau, rabbino capo di Tel Aviv pronuncia ad Assisi in occasione dell’incontro Sete di pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio lo scorso settembre. Sopravvissuto al lager nazista – dov’era internato ad otto anni con la famiglia –, oggi come presidente dello Yad Vashem (ente nazionale per la memoria della Shoah) sceglie il perdono: “Se incontrassi un nazista, anche se fosse l’assassino dei miei genitori, non ucciderei nessuno. La mia vendetta è il futuro”.

Un futuro di pace è anche la speranza di Baleka Mbete, presidente dell’Assemblea nazionale sudafricana, che ha ricordato come il suo Paese ha scelto “la via della giustizia di transizione, invece di una infinita caccia alle streghe e infinite punizioni”. Era un “teatro di guerra e Stato canaglia”, ora è una “nazione arcobaleno”. Esempio seguito dalla Repubblica Centrafricana nelle parole del suo presidente, Faustin Archange Touadéra: “La pace è stata resa possibile perché uomini e donne di fede non hanno accettato la logica dello scontro di religione”.

Anche Mohammed Sammak, consigliere politico del Gran Muftì del Libano nella sua dichiarazione rifiuta tale logica: “I musulmani hanno il dovere di liberare la loro religione dal dirottamento cui il fanatismo di estremisti ha sottoposto l’islam usandolo come strumento di vendetta, movimento totalitario in nome della religione”. Per Bartolomeo I, patriarca ecumenico, la pace è “guardare l’uno all’altro con amore e compassione, negli occhi”.

Infine, i partecipanti al convegno sono tutti d’accordo: costruire la pace richiede una conversione interiore. Soltanto così le parole non resteranno solo parole, solo così potremo avere una pace “Non illusoria, non la quiete di chi schiva le difficoltà e si volta dall’altra parte, se i suoi interessi non sono toccati; non il cinismo di chi si lava le mani di problemi non suoi; non l’approccio virtuale di chi giudica tutto e tutti sulla tastiera di un computer senza aprire gli occhi alle necessità dei fratelli e sporcarsi le mani per chi ha bisogno” (papa Francesco).

 




Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

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