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Giovani nuovi poveri

di Gian Mario Ricciardi - E la chiamano ripresa? Il nubifragio della crisi sta cambiando tutto. Ieri i più poveri stavano tra gli anziani, oggi sono i giovani. Cancellate dall’uragano-recessione le fotografie, malinconicamente vecchie, di uomini e donne, già avanti nell’età, trasandati, sui volti le rughe di vite difficili, negli occhi mille delusioni. Oggi gli scatti dei reporter fissano i volti di venti-trentenni, gli occhi fieri e coraggiosi di chi è appena all’inizio del cammino. È una sorpresa che rattrista. Dunque è cambiato il mondo. Ma non solo per questo. I dati (Istat-Caritas) svelano che, soprattutto al Sud sono più gli italiani che gli stranieri a chiedere aiuto con buona pace di chi urla “al lupo, al lupo”.

Non è mai successo. Gli italiani che si sono recati nei centri di ascolto sono più degli stranieri. Età media, 44 anni, divisi equamente tra donne e uomini e prevalentemente sposati. Perché? Non ce la fanno, sono senza lavoro, qualche problema in famiglia.
Ma ciò che colpisce è che i giovani sono più malmessi degli anziani, anzi sono i nuovi poveri. E sono quasi 500mila, il dieci per cento degli oltre quattro milioni e mezzo senza niente. Terribile! Viene da pensare: è questa l’eredità che la bella Italia lascia ai suoi figli? È questo il lascito dei grandi politici che hanno gestito l’Europa e le nostre terre?

Ma che cosa è successo? La chiusura delle fabbriche, il fatto che si vada in pensione sempre più tardi, lo sviluppo delle tecnologie, il blocco del turnover e, in alcuni casi, anche l’egoismo di chi continua a lavorare all’infinito frenando l’ingresso dei nuovi, ha relegato ai margini del mondo del lavoro i ragazzi e le ragazze. Che in questi anni hanno preso tante sberle in faccia, hanno disseminato curricula ovunque, poi hanno dovuto adattarsi a contratti sempre più limitati e disagiati oppure a lavoretti in nero. Certo c’è stato il Jobs Act. Ma non basta. Bisogna fare di più perché uccidere i sogni al loro sbocciare è immorale, spegnere la speranza a chi sa ancora sorridere con l’anima è un delitto gravissimo.

Le situazioni più difficili sono nel Mezzogiorno: le famiglie con due o più figli minori, le famiglie di stranieri, i nuclei familiari con il capofamiglia disoccupato, operaio o giovane. È quest’ultimo particolare che rivela l’inversione di tendenza in un Paese dove i nonni e i genitori mantengono i figli e i giovani sono diventati i nuovi poveri. Hanno dai 18 ai 34 anni.
Si diceva: una generazione perduta, spazzata via da quei maledetti scatolini della Lehman Brothers. Forse sono due.

È ora di alzare la voce, scendere in piazza, sfornare dossier, percorrere il centro e la periferia per costruire, finalmente, politiche del lavoro contro la disoccupazione giovanile e percorsi di studio e formazione per i minori.
I giovani sono i nuovi poveri. In Italia, secondo l’Istat, sono dunque 4,6 milioni le persone in povertà assoluta, pari a 1 milione e 582mila famiglie. Le situazioni più difficili sono nel Mezzogiorno: le famiglie con due o più figli minori, le famiglie di stranieri, i nuclei familiari con il capofamiglia disoccupato, operaio o giovane. È quest’ultimo particolare che rivela l’inversione di tendenza in un Paese dove i nonni e i genitori mantengono i figli e i giovani sono diventati i nuovi poveri. La percentuale più alta (10,2%) è rappresentata infatti dalla fascia d’età tra i 18 e i 34 anni. A seguire l’8,1% sono tra i 35 e i 44 anni, il 7,5% tra i 45 e i 54, il 5,1% tra i 55 e i 64 e il 4% oltre i 65 anni.

Chiedono perciò “pasti alle mense, vestiario, prodotti per l’igiene e servizi di pronta e prima accoglienza”. Nel 2015 c’è un altro cambio di tendenza: per la prima volta c’è parità tra uomini e donne che chiedono aiuto ai centri, mentre prima prevalevano le donne. E a Torino l’aumento di chi chiede di poter passare la notte nei dormitori pubblici è del 40 per cento. C’è la coda. E la chiamano ripresa?






Rubrica di NUOVO PROGETTO