Sermig

Murat non si arrende

Il Medio Oriente e la lotta delle minoranze. La discriminazione passa anche dalle terre.

di Matteo Spicuglia - Immaginate una vita normale: la vostra vita, la vostra casa, la vostra famiglia, i vostri campi. Poi, immaginate quella stessa normalità sconvolta dall’imprevisto: la violenza, la povertà, il disprezzo. Cosa fareste?

Murat e la sua famiglia decisero di scappare. Erano cristiani del Tur Abdin, culla di civiltà senza tempo nel sudest della Turchia. Minoranza discriminata due volte, dai Turchi e dai Curdi. Il futuro di quella famiglia mise radici in Svizzera, ma Murat non si arrese. Ogni anno tornò nel villaggio in mezzo al niente, per tenere vivi i legami, per non sentirsi sconfitto, per non farsi fregare dalla nostalgia. È stato così fino a pochi mesi fa. Murat pensava di non essere più un problema per la gente del villaggio. È anziano e affaticato, ma sarebbe tornato a casa come sempre. Quest’anno, in modo non troppo velato, qualcuno gli ha fatto capire che era meglio restare in Svizzera. Pena la sua stessa incolumità. Insomma, questione di vita o di morte.

Per come vanno le cose in quel pezzo di mondo, Murat ha peccato di superbia. Ha pensato di poter far valere i suoi diritti. Si era accorto che i campi di famiglia erano stati occupati da altre persone, per nulla intenzionate a fare un passo indietro. Murat non se lo è fatto dire due volte: ha denunciato e adesso è in pericolo. Il suo è solo l’ultimo caso della disfida delle terre, la questione delle proprietà delle minoranze occupate dopo la fuga.

Secondo una stima del World Council of Arameans, negli ultimi anni nella regione di origine di Murat sono stati espropriati più di 10 milioni di metri quadrati di terra. Azioni su larga scala compiute in tutti i villaggi del Tur Abdin: campi una volta verdi, coltivati come giardini, incamerati dallo Stato oppure occupati da famiglie curde.

La beffa dei popoli in fuga è soprattutto l’usucapione. L’ordinamento turco in materia non è molto diverso da quello di altri Paesi, ma come è possibile non tenere conto della realtà oggettiva di un popolo che è fuggito? “Quando i cristiani sono scappati, – racconta Rudi Sumer, un avvocato che sta seguendo molti processi – la popolazione dei villaggi vicini è aumentata. Molti contadini curdi hanno cominciato a coltivare i campi abbandonati.



Tutto legittimo, fino a quando la legge del catasto ha previsto la registrazione delle proprietà. In quel momento, i Curdi hanno rivendicato i loro diritti di proprietà, pretendendo di subentrare ai veri proprietari. È il principio di chi dice: ho coltivato questa terra per anni e adesso quella terra è mia. Tutti i problemi in fondo sono nati da questo atteggiamento”. Cosa fate di fronte a posizioni simili? “Non resta che andare in tribunale, ma questo tipo di processi è lento. Servono almeno due anni, spesso per definire posizioni di piccole proprietà.

In aula, si confrontano le due parti e alla fine il giudice decide. Il diritto all’usucapione non è derogabile: se dimostri di aver coltivato, viene riconosciuto sempre. A volte si vince, a volte si perde: è nell’ordine delle cose. Molti cristiani però rinunciano in partenza. Subiscono l’ingiustizia e basta”. E così a Dayro da-Slibo (Monastero della Croce), è andato perso oltre il 50% delle proprietà, ma anche a Iwardo con addirittura il 90%. La stessa cosa è avvenuta a Badibe, Sederi, Arkah, Harabemishka, Ihwo. E ancora, a Midun, Boqusyone, Kerburan, Beth Zabday or Azekh, Bsorino, Qritho di ‘ito.

Murat è solo l’ultimo della lista. “Prima o poi tornerò, – dice – lotterò in tribunale”. La sua speranza è accanita, nonostante l’età, nonostante la fatica. Ma non tutti sono come lui. Il senso di frustrazione è la vera malattia delle minoranze, irrilevanti da un punto di vista numerico, ma soprattutto incapaci di essere ascoltate, di avere un ruolo sociale, di essere rispettate. A volte, l’interlocutore non capisce, nemmeno conosce l’esistenza di sofferenze così sottili, eppure vere, concrete. Parlarne, conoscere, mettersi nei panni è già fare giustizia ai tanti che hanno perso le cose più care. Ai tanti che continuano a perdere tutto, tranne la dignità.






Rubrica di NUOVO PROGETTO