Sermig

Terremoto

Quando il problema dell’altro diventa il mio.
di Rosanna Tabasso - Dal 24 agosto in Italia la terra trema. Le scosse si susseguono e ogni volta qualche casa o chiesa già lesionata crolla. Questa volta, per grazia di Dio, le mura non hanno travolto persone colte nel sonno, ma le macerie sono quel che resta di millenni di storia, di antichi borghi, di chiese, di un patrimonio artistico, di una cultura della terra che nel tempo ci ha resi tutti infinitamente più ricchi. E la gente che ha perso tutto non se ne vuole andare. Vogliono restare a guardia delle loro case, delle loro greggi, della loro storia, vogliono accudire la loro terra ferita e ricostruire i loro borghi. Restano lì, anche se la terra continua a tremare, anche dormendo in macchina, anche affrontando l’inverno. Che si possa amare la propria terra fino a questo punto, fa pensare e commuove. Io cosa farei? Noi cosa faremmo se fossimo li, nelle stesse condizioni? Non ci è difficile metterci nei panni di questa gente, non ci è difficile immedesimarci. In quei borghi ci siamo passati magari da turisti, abbiamo conosciuto gente che ci vive, abbiamo visitato le chiese, gustato paesaggi e prodotti di quel territorio. Sentiamo che in quella terra, tra quella gente, c’è un pezzo di noi.

Per questo li aiuteremo volentieri a non sradicarsi da quei luoghi. Anche noi desideriamo che quel patrimonio che è anche il nostro non svanisca nel nulla! Perderlo significherebbe anche per noi perdere un pezzo della ricchezza della nostra nazione, perdere un tratto della nostra identità. In una situazione come questa non facciamo fatica a sentire che il problema di quella gente è anche nostro. E questa tragedia diventa un’occasione anche per noi per riflettere, per cambiare. Quando il problema di un altro incrocia la mia vita, c’è sempre qualcosa di nuovo che può nascere in me; l’altro mi fa da specchio e mi aiuta ad affrontare il mio problema, o diventa un modello cui ispirarmi. Il problema dell’altro e il mio spesso trovano soluzione insieme.

Sentirci parte gli uni degli altri, imparare ad affrontare insieme le difficoltà e i problemi è una priorità educativa. In famiglia, nella scuola, nelle associazioni dobbiamo educarci a mettere in campo, ognuno in modo proporzionato all’età e alle possibilità, le proprie risorse umane, spirituali, materiali per affrontare i problemi che sorgono, le necessità non solo nostre ma degli altri, le emergenze sempre più frequenti. Anche i bambini, i ragazzi, i giovani vanno aiutati a scoprire il valore del sentirsi utili in famiglia, nella comunità, nel territorio in cui vivono per sentirsi parte di un paese, cittadini del mondo. Educarci a partecipare ai problemi, alle emergenze insieme, aiuta tutti ad affrontare con più coraggio i drammi e la paura che ne deriva, restituisce fiducia alle persone provate, alimenta la speranza.

Non possiamo andare tutti nei territori terremotati ad aiutare, ma tutti ci possiamo coinvolgere in questa tragedia anzitutto perché è giusto e poi per un’esigenza d’amore che nasce dal sentirci figli e fratelli. Dice Giovanni (1Gv 4,12): “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi” e ancora (Gv13,35): “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.

Dio ha solo noi per farsi conoscere, ha solo noi per tornare a dire alla gente sfiduciata e ferita del nostro tempo: “non temere, non temere io sono con te”.







Rubrica di NUOVO PROGETTO