Il segno della luce

di Cesare Falletti - Ogni giorno ascoltando le notizie o scorrendo i giornali – ahimè manca sempre il tempo per farlo seriamente e non guardo mai la televisione che mi imporrebbe una visione del mondo, ma mi darebbe uno sguardo globale sulla realtà – sono combattuto fra l’accettare di essere coinvolto dalle notizie o rimanerne a distanza. La fretta, le cose da fare, la quantità delle cose da leggere, sono una buona scusa per sorvolare. Eppure non si può non accorgersi che, come lo cantiamo nel Salve Regina, questo mondo e la nostra vita sono in una valle di lacrime. Sono sempre molto attento alle lacrime e penso che siano una delle cose più grandi che il Signore ha creato, perché dicono senza parole ed esprimono, senza dire né spiegare, una grande varietà di sentimenti, pur rimanendo apparentemente sempre le stesse.

La persona umana, uomo o donna, o combatte contro la venuta delle lacrime o le lascia scorrere liberamente, ma sempre esse sono una manifestazione di qualcosa di più grande di noi che ci sommerge e di fronte alla quale siamo poveri, impotenti e disarmati. Anche quando sono lacrime di rabbia. Le lacrime comunicano ciò che spesso non vorremmo dire o far sapere, per questo tante volte ci si ritira per piangere da soli. Ma la loro bellezza appare quando comunicano e accettano di essere viste nella loro povertà. Allora il gesto che attirano è quello del dito indice piegato in tre, che sale dalla gota fino all'occhio. Dito di chi è spettatore presente con l’attenzione del cuore, silenzioso per discrezione, affettuosamente e fisicamente vicino. Ogni gesto dice ciò che spesso le parole non possono esprimere.

Le lacrime non chiedono di essere capite, ma compatite, cioè che chi è vicino sappia lasciarsi ferire da esse, condividendone l’impotenza, ma dimostrando una prossimità del corpo, come una incarnazione dell’amore. Infatti davanti alle lacrime non si può fare nulla; ogni intervento che fa trapelare anche una minima potenza, è fuori posto, non serve; anzi rischia di diventare aggressivo. Le lacrime scorrono e trascinano con sé il troppo pieno del cuore per riempire altri cuori e cambiando l’amarezza di ognuno in luce. Il Salmo 83/84, da cui l’espressione valle di lacrime è stata presa, dice: “Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente; anche la prima pioggia l’ammanta di benedizioni”. Le lacrime possono allora diventare una sorgente di vita, non una fine senza speranza, un luogo nascosto e sotterraneo da cui nasce, forse molto umilmente, un nuovo inizio di vita.

La benedizione è sempre sorgente di novità, felice, nel futuro; le lacrime quindi vanno ricevute come una promessa di vita e di vera felicità per un futuro che si apre a partire dal pianto presente. Possiamo allora dire che il travaglio in cui il mondo, il nostro mondo, si dibatte con tanto gusto e odore di morte, è un travaglio in cui la speranza sta nascendo e il mondo nuovo senza lutto né pianto si sta formando, come dice l’Apocalisse? Tutta la Parola di Dio non fa che ripetercelo: sollevate lo sguardo; il giorno del Signore è vicino. Questo mondo nuovo, che ci è promesso, è seminato col seme che esce dal cuore buono dell’uomo, ma è seminato in un terreno arato, come lo siamo noi traversati dai solchi aperti delle ferite che ci sono inflitte mentre camminiamo nel pellegrinaggio verso la nostra vera Terra.

Solchi aperti, semi di bene, pioggia di lacrime e il sole della speranza continuamente acceso dall’unico Consolatore, lo Spirito di Gesù Risorto e vincitore del male e della morte. Per questo le lacrime sono anche il segno della luce che invade il cuore e ci dicono che nella creazione in cui siamo stati posti non c’è nulla che possa essere considerato un male o una morte irrimediabile.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

 

 

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