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Haiti nell’occhio del ciclone

di Lucia Capuzzi - Le piogge torrenziali e la bufera sono andate avanti per cinque giorni. Il momento più drammatico, però, si è consumato nella notte tra il 3 e il 4 ottobre: dalle 23 a oltre mezzogiorno del giorno successivo, l’uragano, implacabile, ha infuriato per dodici ore, flagellando Jérémie e dintorni. Poi, lentamente, Matthew ha lasciato Haiti, per dirigersi più a Nord, verso la Florida. Alle sue spalle è rimasta un’intera regione, quella meridionale, in macerie. Metà isola è stata rasa al suolo. Il bilancio è tragico: mille morti, 1,4 milioni di colpiti di cui 350mila hanno necessità di assistenza immediata. Circa 200mila persone hanno perso la casa e sono sfollate, trecento scuole sono state polverizzate. La peggior crisi umanitaria dal tremendo terremoto del 2010, in cui morirono 220mila persone.

A un mese dalla catastrofe, però, pochi la ricordano. Il grido di Haiti recede nello sfondo del tam tam globale: passata la commozione dei giorni di Matthew, il rullo compressore dell’agenda internazionale procede oltre. Quel frammento d’Africa conficcato nel cuore dei Caraibi non è fra le priorità. Haiti pesa poco agli occhi dei potenti della terra. Eppure, l’aiuto di questi ultimi – un sostegno modesto, intendiamoci – è vitale per l’isola in questo momento. Lo ha detto senza mezzi termini il Segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Quest’ultimo ha praticamente implorato la comunità internazionale di donare 120 milioni di dollari per l’emergenza. Finora, però, la raccolta procede a rilento e i soldi arrivano con il contagocce. È stata racimolato meno del 10 per cento del totale. Profondamente toccato dal dramma invisibile di Haiti, papa Francesco ne ha parlato all’Angelus di domenica 9 ottobre. “Assicuro la mia vicinanza” e “esprimo fiducia nel senso di solidarietà della comunità internazionale, delle istituzioni cattoliche e delle persone di buona volontà”, ha detto il Santo Padre. Cinque giorni dopo, papa Bergoglio ha stabilito di inviare, tramite il Pontificio consiglio Cor Unum, un primo contributo di 100mila dollari per il soccorso della popolazione.



Tale contributo si inserisce all’interno della rete di aiuti che si è subito attivata in tutta la Chiesa cattolica, coinvolgendo numerose Conferenze episcopali – la Cei ha donato 1 milione di euro dei fondi dell’8xmille – e organismi di carità. Caritas Haiti, in collegamento con Caritas Internationalis, ha lanciato un primo appello di emergenza per assistere 2.700 famiglie. I camilliani, attivi nell’isola con uno storico ospedale, hanno organizzato, per tutto il mese di novembre, una maxi raccolta di cibo e medicine a Torino (chiesa di San Giuseppe, info www.fondazioneprosa.it) e a Milano (sede fondazione Pro.Sa). Le provviste andranno a padre Massimo Miraglio, piemontese di 51 anni, dal 2014 a Jérémie, epicentro della distruzione. Là stava coordinando i lavori per la costruzione di un centro per grandi ustionati: la struttura doveva essere pronta nel 2017. Il letale passaggio dell’uragano Matthew, però, rischia di compromettere gli sforzi fatti. “I muri hanno resistito ma il tetto è volato via. Il peggio è che il deposito dei farmaci è stato completamente allagato. Abbiamo perso quasi tutte le medicine, proprio adesso che sono più necessarie...” racconta il religioso che ha vissuto sulla sua pelle la furia di Matthew.

Gli sforzi della Chiesa, delle ong, dei volontari e di singoli cittadini, sono preziosi. Lo scempio, però, richiede un impegno della comunità internazionale. Le sfide che l’isola si trova ad affrontare sono enormi. E il Paese più povero dell’emisfero occidentale – dove tre quarti della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno – non ha i mezzi per affrontarle in solitudine.

In primo luogo, Matthew ha devastato i raccolti e sterminato il bestiame. Tra il 60 e il 90 per cento della produzione è stata persa: senza un intervento immediato tra tre, massimo quattro mesi esploderà la carestia. Almeno 800mila persone sono a rischio fame. “Proprio ora che l’agricoltura, dopo una lunga crisi, stava cominciando a mostrare segni di ripresa”, racconta Fiammetta Cappellini, rappresentante di Avsi nel Paese. Già adesso il cibo è scarsissimo. Il che fa aumentare la rabbia della gente. La frustrazione cresce di giorno in giorno. Le distribuzioni di pacchi alimentari devono avvenire in fretta e la sera. Spesso, inoltre, alcuni convogli sono stati assaltati. Alcune persone sono state uccise nei tafferugli con la polizia per accaparrarsi i pacchi.

Come se non bastasse, la distruzione delle fonti di acqua pulita, ha provocato una recrudescenza del colera. L’epidemia, cominciata dopo il devastante terremoto del 2010, non è mai finita. Finora si contano 790mila casi – 27mila da gennaio – e quasi 10mila morti. Ora, però, la malattia ha ripreso a colpire con estrema forza. Si contano già centinaia di nuovi casi. L’unico modo per bloccare l’epidemia è intervenire con prontezza. Fare in fretta. Fame e colera non sono mali incurabili. Tutt’altro. Richiedono solo la volontà concreta di porvi rimedio.







Rubrica di NUOVO PROGETTO