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A Mosul è guerra

di Michelangelo Dotta - In un video diffuso dallo Stato Islamico, miliziani dell’Isis in assetto di guerra pattugliano le strade di Mosul, volto coperto, sguardi minacciosi, armi in pugno; la capitale del Califfato è da alcuni giorni sotto assedio e il messaggio che rimbalza da queste immagini alle televisioni di tutto il mondo è molto eloquente: non ci arrenderemo mai.

Nonostante ciò, una lettura più attenta di queste brevi sequenze rivela un lato finora inedito degli Jihadisti; per la prima volta non sfilano trionfanti dinanzi alle telecamere, bandiera nera al vento e pick-up nuovi fiammanti, ma è assente qualsiasi cura dell’immagine, manca una strategia di comunicazione, nessuna regia. Per la prima volta è la guerra portata a casa loro a dettare le regole, a invertire i ruoli, la guerra a Mosul, il vessillo, il simbolo del potere terroristico.

A due anni e quattro mesi dalla conquista dell’Iraq da parte della più feroce organizzazione islamista della storia, Mosul è attaccata da un’armata di cinquantamila uomini e sui muri della città sono addirittura comparse scritte contro il Califfato che incitano alla rivolta popolare.

I civili usati come scudi umani, le esecuzioni di centinaia di donne, uomini e bambini che cercavano di fuggire e il blitz a sorpresa dietro le linee dell’accerchiamento fino all’occupazione simbolica del centro di Kirkuk, la più grande città del Kurdistan, capitale del petrolio, metà araba e metà curda, sono segnali forti di un’Isis ferita, ancora viva, determinata a difendere ogni metro di terra occupata, ma al contempo anche un assaggio della sua possibile forma futura, un ibrido di guerriglia, terrorismo e guerra classica.

Ma a Mosul la guerra è dichiarata; tra la densa cortina di fumo nero che si alza dalle trincee colme di petrolio incendiato, unica difesa antiaerea del Califfato, e la nube tossica delle industrie chimiche fatte esplodere per cercare di rallentare l’avanzata del nemico, le brigate dei Peshmerga, la forza militare più preparata e professionale che ci sia in Iraq, si muovono tra la sabbia verso una lenta ma inesorabile conquista.

La coordinazione tra curdi, esercito regolare iracheno e aerei della coalizione internazionale sembra reggere bene anche se Ankara, al momento la grande esclusa, non pare intenzionata a fare da spettatore e rischiare la nascita di una nazione curda a cavallo tra Siria e Iraq. Ma sui tg e sui quotidiani tutta l’attenzione è dedicata ormai alla conquista della città simbolo e sede di Abu Bakr al-Baghdadi, lì sembrano concentrarsi gli sforzi e le speranze di un Occidente che nell’ultimo periodo non registra sul suo suolo attacchi Kamikaze e stragi e tira dunque un respiro di sollievo.

La guerra dichiarata e portata via terra, come era prevedibile e da più parti auspicato, si sta rivelando l’unica strategia in grado di distruggere l’Isis ma è quella che l’Occidente, con i suoi eserciti, non voleva mettere fisicamente in campo. Ecco allora iracheni e curdi schierare i reparti migliori: la Golden Brigade fior fiore all’occhiello delle forze armate di Baghdad e i temuti Zaravani, forze speciali dei Peshmerga, armati, addestrati, micidiali… specialmente nella determinazione: “sono circondati, li ammazzeremo uno a uno”… un lusso che gli eserciti dei blasonati del nostro mondo dorato non possono permettersi.



 

 

Rubrica di Nuovo Progetto