I suoni del Natale

di Gian Mario Ricciardi - I suoni del Natale. Cornamuse, sax, violini disseminano i giorni di ritrovate sensazioni. Lasciamoci immergere nel fiume carsico di percezioni rare. La corsa, qualunque essa sia, rallenta, gli spot imperversano, gli altoparlanti disseminano occasioni e distrazioni. Nelle ore più belle dell’anno, quando un bimbo nasce, povero tra i poveri c’è modo, forse, di ritrovare un frem di umanità. Facciamoci cullare dalle melodie d’un tempo, respiriamo le ore di una volta. L’attesa impregnata di desideri, i passi attutiti dalla neve ed induriti dal freddo, sono il terreno fertile per rivedere i tempi di quando non avevamo nulla. Ma eravamo felici per un mandarino, due noccioline, la serata con nonni e zii a snocciolare la vita in allegria. Prima della messa di mezzanotte, il suc ‘d Natal nel camino per prepararci un’accoglienza tenera, dopo.

Ora, certo, il mondo è cambiato. In peggio. Tecnologico, veloce, agguerrito, manageriale, ma spesso senz’anima. Ma perché? Perché siamo travolti dal rumore e dai rumori. «Se non faremo nulla, il silenzio rischia di sparire nei prossimi dieci anni». A lanciare l’allarme è l’ecologo americano Gordon Hempton, che da 35 anni percorre il mondo – microfono alla mano – lavorando in silenzio per cogliere le voci della vita, i suoni del bosco, delle foglie, del vento, dell’uomo, i suoni della vita.

Non cerca il silenzio assoluto. Non saprebbe che farsene lui e neppure noi. Ma vorrebbe tornare a sentire, nelle campagne, il latrare e i segnali dei cani, nelle città i rumori delle case, uditi e colti dalle strade, se le accelerate dei motori di moto e auto, le musichette dei supermercati, i tocchi metallici dei bancomat, delle banche, degli ascensori. E anche noi. Il nostro orecchio percepisce umori distanti anche venti chilometri. Ma quando mai l’abbiamo capito? Per colpa della corsa, del deserto della crisi e i mille casini l’abbiamo dimenticato.

Perfino nel cuore della foresta amazzonica, a duemila chilometri dalla città più vicina, il rombo di un reattore ci raggiunge. Ecco perché negli Stati Uniti c’è un santuario del silenzio, l’Olympic National Park nello stato di Washington: uno degli ultimi luoghi silenziosi della terra segnalato da una pietra rossa, dal 2005 su un tronco di muschio, che simboleggia i pochi centimetri quadrati di silenzio che lui lavora per proteggere.

Ascoltare la natura è un’esperienza spirituale. Quello che rischiamo di perdere nel mondo di oggi è la capacità di ascoltare veramente. Perché non tornare, per poco, ad essere cullati dal fruscio del vento tra le foglie, il cinguettio degli uccelli e il rombo della tempesta, i fiocchi di neve che scendono a terra.

Ci possiamo provare. Nei suoni di Natale c’è tutta la nostra vita: le parole non dette, i silenzi voluti, gli occhi abbassati. Nei silenzi del Natale ci siamo noi: con i nostri problemi, le tragedie, i drammi, le paure, gli inganni. Ci sono i nostri giorni, vissuti imbronciati, passati saltando da un’auto al tram, al bus, al treno. Con nello zainetto i nostri desideri spenti, i sogni infranti, le tensioni.

In fondo ad una capanna, avvolto in stracci (come i rifugiati di oggi), c’è un bimbo che è l’immagine dell’innocenza ma anche della fragilità umana, lui Dio, noi uomini. Perché in questi “giorni speciali” non lasciamo – per qualche ora al giorno – parlare soltanto lui. Lui sa tutto di noi. Lui può essere una scialuppa di salvataggio in questa società così complessa e difficile. Sentiamolo! Sta parlando. Sottovoce.






Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

 

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