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Amare non è mai stato facile

di Gabriella Delpero - Sempre più spesso mi capita di ascoltare genitori che descrivono la loro vita quotidiana e la loro esperienza educativa con i figli nei termini di una fatica sovrumana, un peso davvero insostenibile, tanto che alcuni si dichiarano sconfitti, esasperati, incapaci di tollerare ancora lo stress prodotto da relazioni familiari così problematiche.

Al di sotto di queste cupe affermazioni si percepiscono a volte sentimenti di profonda rabbia e risentimento nei confronti di ragazzi e ragazze normali, a cui non manca proprio nulla, ma che mostrano un livello di pretesa, ribellione o aggressività verso il padre o la madre davvero troppo alto. I genitori ammettono tutto ciò con riserbo misto a vergogna. In effetti è molto doloroso riconoscere di aver perso il controllo della situazione, di essere diventati vittime dei figli o di aver paura di loro: è dover confessare il proprio penoso fallimento in ambito familiare, magari a fronte di un’indubbia riuscita o addirittura un brillante successo in altri campi, come ad esempio quello professionale. Non sto infatti parlando di casi isolati e particolari, nati in un contesto di disagio sociale o grave deprivazione culturale o seria difficoltà economica; né mi riferisco a patologie specifiche o ad anomalie di alcun tipo: parlo di un fenomeno che si sta diffondendo tra le famiglie normali, dove il benessere è evidente, il problema dell’integrazione nella società non è mai esistito e non si sono verificati traumi, disgrazie o incidenti di alcun genere. Una mamma mi racconta: “Mio figlio Tommaso ha 10 anni, ma si comporta peggio che se ne avesse tre. Fa capricci impressionanti per un nonnulla, se gli rifiuto qualcosa fa volare per aria tutto ciò che trova, tira calci alle porte e urla come un matto. Mi dà della scema, se si sveglia male la sua prima parola è un insulto, se non trova una cosa mi dice che sono deficiente perché non l’ho messa dove voleva lui. Picchia la sorella, rompe i suoi giocattoli, risponde con parole volgari alla nonna, manda al diavolo la maestra.

Mi fa fare figuracce terribili con i vicini e i parenti e io ho paura che fra qualche anno mi metterà le mani addosso”. Poi c’è chi le violenze fisiche le ha già subìte, come la mamma di Sara, una ragazza di 17 anni aggressiva e prepotente, sempre molto polemica, a cui non va mai bene niente, completamente assorbita da quelli che considera i propri bisogni/diritti/desideri, che devono essere immediatamente appagati altrimenti sono spintoni e calci (oltre che insulti, ovviamente). “Dico la verità, io adesso ho paura a stare in casa da sola con lei”, confessa disperata la signora. Eppure Tommaso e Sara non sono malati, le loro famiglie sono come tante altre, composte da persone mediamente sensibili, che si sono dedicate ai figli con la convinzione che i legami di sangue e gli affetti naturali fossero sufficienti per stare bene insieme (come troppa mentalità e letteratura psicologica da strapazzo tendono oggi superficialmente a far credere!). Invece non è così: l’ovvia benevolenza, le emozioni spontanee e i buoni sentimenti inscritti nel rapporto tra genitori e figli non bastano assolutamente. Occorre che anche in questo campo sia rispettata la legge della reciprocità.

Essa chiede a ciascuno di tener conto delle esigenze dell’altro e del suo bisogno di essere rispettato, considerato e amato. Amare non è mai stato facile, quindi non esistono rapporti personali buoni se non a prezzo di fatiche, impegno e qualche rinuncia. Invece i presupposti dai quali partono molti dei nostri ragazzi sembrano essere: esisto solo io, esistono solo i miei bisogni, tu devi vivere in funzione dei miei desideri e se ti rifiuti di farlo diventi nemico. E noi adulti siamo caduti nell’errore di pensare che i nostri figli nascano con il diritto di sentirsi perfettamente amati senza sforzo e senza meriti, senza qualche fatica per rendersi appunto… amabili. Ma l’amore autentico è un’altra cosa.







Rubrica di NUOVO PROGETTO