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Nuove strategie

di Michelangelo Dotta - La prima e in particolar modo la seconda Guerra del Golfo combattuta dall’Occidente (gli Usa) contro l’Iraq di Saddam, ci avevano fatto conoscere un tipo di conflitto televisivo che quotidianamente, nei TG della sera, faceva da contrappunto alla cena di famiglia.

Erano le guerre del bene contro il male assoluto, della democrazia contro la dittatura, dei bombardamenti chirurgici che colpiscono le cose e risparmiano le persone, delle bombe intelligenti e delle immagini notturne virate sul verde dei visori.

L’era della guerra spettacolo condivisa dalle famiglie comodamente sedute davanti allo schermo era iniziata e la percezione dei campi di battaglia come luogo deputato di tragedia, violenza e morte, si era ben presto trasformata in qualcosa di tremendamente più aleatorio, quasi impalpabile e seducente, una sorta di reality show ad alta concentrazione adrenalinica. La tecnologia sembrava aver rimpiazzato l’uomo, missili e bombe a lunga gittata sganciati dai bombardieri, dai primi droni o lanciate dalle cannoniere del mare, erano padroni incontrastati della scena mediatica. Le incursioni dei marines in uniforme da combattimento e telecamera sull’elmetto erano frutto di una precisa regia televisiva e raramente sul terreno si vedevano i cadaveri crivellati di colpi, le vittime, i caduti di antica memoria.

Solo nella seconda Guerra del Golfo, con la conquista di Baghdad e la caduta di Saddam, il conflitto era diventato più reale e i corpi dei soldati americani catturati, uccisi e profanati, si mescolavano alle carrellate televisive sui cadaveri dei civili allineati nei container sotto il sole (mancava l’elettricità in gran parte della città) divorati da sciami di mosche. La vittoria dell’Occidente sul dittatore tiranno impiccato in mondovisione, archiviava però di fatto quelle tragedie intollerabili ma in qualche modo necessarie, quelle vite spezzate immolate sull’altare della libertà e del nuovo ordine democratico.

Questo genere di conflitto umanitario si è nel tempo moltiplicato abbattendo tiranni e seminando drammatici vuoti di potere che il nostro modello di società civile non è riuscito a colmare; di contro il concetto stesso di nemico, inteso come esercito in uniforme pronto al combattimento, si è stemperato in una serie infinita di gruppi armati che hanno iniziato la loro guerra privata contro l’Occidente con tempi, metodi e sistemi non convenzionali.

Questa radicale metamorfosi che ha modificato e stravolto il concetto classico di guerra, ci ha colti del tutto impreparati perché alla tecnologia militare di ultima generazione ha risposto mettendo in campo, sotto gli occhi attenti ed implacabili delle telecamere, il lato peggiore degli uomini, una sorta di nuovi gladiatori di un’arena mediatica condivisa. E in questa agghiacciante strategia del corpo a corpo, di coltelli, mimetiche e bandiere nere, di sangue versato in diretta e fosse comuni, l’Occidente ha fatto la sua mossa e ha introdotto a sorpresa nel nuovo scenario la figura femminile; non più madri piangenti e vedove velate dell’immaginario collettivo, ma donne in tuta da combattimento, pronte a sfidare gli uomini in battaglia, assetate più di loro di vendetta.

Non a caso la scelta di annunciare in conferenza stampa l’offensiva finale contro le ultime roccaforti del Califfato, è stata affidata a Jihan Sheikh Ahmad, ufficiale donna dell’esercito curdo; un affronto studiato, un’arma di rara precisione ed efficacia, un virus in grado di procurare ferite letali a certe menti prima che alla carne.






Rubrica di Nuovo Progetto