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Un caffè per la pace

di Sandro Calvani - Joji Felicitas Pantoja, una giovane pacifista filippina ha partecipato a tutti i colloqui per costruire la pace nel conflitto nell’isola di Mindanao; ad ogni riunione veniva servito un caffè per accogliere tutti e far sì che si sentissero a proprio agio.

Ma Joji si rese conto presto che parlare di pace non bastava, soprattutto se si andava a parlarne in mezzo alla gente, alle comunità che non erano in grado di rispondere ai bisogni di base come cibo e salute per tutti; Joji pensava che la parte migliore dell’incontro, quello che serviva più di tutti i discorsi, era l’unica azione pratica e tangibile che si metteva in pratica davvero durante i colloqui: il servire il caffè. Le venne così in mente di cambiare strategia di costruzione della pace partendo dal caffè come veicolo per il cambiamento.

Joji si è messa a lavorare con gli agricoltori di Mindanao per rivitalizzare la produzione di caffè, un settore da tempo abbandonato per dedicarsi ad altre piantagioni come la gomma e le banane. Dopo qualche difficoltà iniziale, gli utili per gli agricoltori sono triplicati.

“Credimi, c’è più bisogno di caffè che di chiacchiere pacifiste” mi dice Joji “la pace non è solo assenza di guerra... se non affrontiamo l’aspetto economico, non funziona”.

E il modo di ragionare e vivere la pace di Joji in Asia
 non è più un’eccezione, sta diventando la regola. Costruire la pace con le marce per la pace, oppure con libri e i convegni, o le raccomandazioni delle Nazioni Unite, serve a poco se – subito dopo la coscientizzazione – non si vanno a riesaminare i problemi della società anche attraverso una lente di business che permette di rendere le vittime del conflitto protagoniste della propria liberazione dai circoli viziosi della violenza. Mettendo in pratica le idee di Joji, i produttori di caffè di Mindanao e soprattutto le donne, giocano un ruolo più di primo piano rispetto alle donne di altre regioni nello sfruttare la forza economica dei mercati e dei consumatori responsabili per affrontare la povertà e i mali sociali.

Il sondaggio sulle imprese sociali della Thomson Reuters Foundation (TRF) del 2016 in più di quarantacinque grandi economie del mondo ha documentato che le Filippine sono il Paese in cui le donne sono le migliori protagoniste nei ruoli di leadership nelle imprese sociali e dove più sta diminuendo il divario di genere nei salari. Sei Paesi tra i dieci migliori del rapporto TRF secondo i 900 esperti di impresa sociale che vi hanno collaborato sono in Asia: Filippine, Malesia, Cina, Hong Kong, Indonesia e Thailandia.

Gli altri quattro tra i dieci migliori sono la Russia, la Norvegia, il Canada e l’Argentina, mentre il Brasile e gli Stati Uniti, che hanno pure un buon risultato in imprese sociali, sono in fondo la classifica per quanto riguarda la leadership femminile e il divario salariale. Bisogna scendere poi fino all’undicesimo e dodicesimo posto per trovare due paesi europei, Austria e Svezia. (http://poll2016.trust.org/stories/)

Le donne fanno centro.
Secondo quasi tutti gli esperti ascoltati nel sondaggio, se si tira al bersaglio della crescita dei valori della comunità, della sostenibilità e della partecipazione, le donne fanno centro quasi sempre; sembrano avere una vera vocazione per il bene comune nell’impresa sociale. La maggior parte degli uomini dirigenti d’impresa, sognano invece obiettivi personali, come diventare un nuovo Mark Zuckemberg.

Nel rapporto TRF si trovano decine di esperienze che dimostrano che le donne sono più compassionevoli, vogliono una vita piena di significato... e le imprenditrici sociali sono guidate da una gran voglia di migliorare la vita delle persone, sollevare le persone dalla povertà. Le donne leaders e protagoniste di un’impresa sociale sono migliori anche nel senso pratico, nel trasformare sogni di pace in realtà di innovazione sociale, sostenibili e felici.

Sandro Calvani
ORIENT EXPRESS
Rubrica di NUOVO PROGETTO