Brasile, sale la tensione

di Lucia Capuzzi - Incertezza politica ed economica: la crisi di un modello sociale.

Calato il sipario olimpico, Rio de Janeiro deve affrontare la partita più impegnativa. Quella di sopravvivere alla devastante crisi economica, politica e sociale in corso. Il drastico calo del prezzo internazionale delle materie prime ha messo fine all’epoca d’oro del boom. Gli investimenti per la realizzazione dei grandi eventi – cominciati con la Giornata mondiale della Gioventù del luglio 2013 – hanno prosciugato le finanze pubbliche.

Risultato: con un buco di quasi cinque miliardi di euro, l’amministrazione regionale è sull’orlo della bancarotta. All’inizio di novembre, il governatore Luiz Fernando Pezão – del Partito del movimento democratico (Pmdb), lo stesso del nuovo presidente Michel Temer – ha dichiarato lo stato di calamità pubblica e approvato un pacchetto di 22 misure per far fronte all’emergenza. I contributi previdenziali sono aumentati dall’11 al 14 per cento e vari programmi sociali eliminati, gli stipendi ridotti. In ogni caso, i dipendenti pubblici non hanno ricevuto il salario di ottobre e quello di novembre è arrivato in sette rate. L’impatto sulla Cidade Maravilhosa è devastante. Scuole e ospedali sono nel caos.

La polizia non risponde alle chiamate perché non ha benzina per le auto. Il che spiega il nuovo incremento della violenza nelle zone più esposte – le favelas – incluse quelle di cui le autorità avevano ripreso il controllo con il programma di pacificazione, avviato nel 2008. Quest’ultimo prevedeva l’occupazione delle enclavi da parte di un nuovo corpo di polizia creato ad hoc, la polizia di pace (Upp). L’obiettivo era ristabilire la sovranità dello Stato e sottrarla ai trafficanti. Affinché questa fosse effettiva sarebbe stato necessario l’avvio di una serie di servizi sociali che, però, non sono arrivati. Il mix di crisi, delusione sociale, calo di attenzione internazionale, tagli alla sicurezza sta favorendo la riconquista delle favelas da parte dei trafficanti.

La violenza ha ripreso a dilagare. Il 28 maggio 2015, c’è stata una prima sparatoria a Santa Marta dopo sette anni di tranquillità. L’anno successivo – per la prima volta dal 2008 – c’è stato un omicidio nella favela. Fatti dal forte valore simbolico: nell’enclave era stato inaugurato il programma Upp. Proprio in una favela pacificata – il Morro dos Prazeres –, i narcos hanno assassinato, l’8 dicembre, l’italiano Roberto Bardella. Un fatto impensabile nella Rio dei grandi eventi. L’ultimo drammatico episodio di cronaca nera è avvenuto il 26 dicembre: l’ambasciatore greco, Kyriakos Amiridis, in vacanza nella città carioca con la moglie, è stato ucciso dal poliziotto dell’Upp Sergio Moreira. Il movente, però, sembra essere di natura passionale: l’uomo sarebbe stato l’amante della moglie del diplomatico. In ogni caso, Rio è di nuovo sinonimo di violenza criminale. Non è solo, però, la megalopoli a rischio.

L’intero Paese vive un momento di acuta tensione sociale. Rio è semmai il laboratorio della politica di austerità e dei suoi effetti che si vanno estendendo al resto del Gigante sudamericano. Il 13 dicembre il Senato ha approvato la riforma costituzionale Pec 241, nonostante l’opposizione del 60 per cento dei cittadini. Ad allarmare questi ultimi, il congelamento per venti anni della spesa sociale, previsto dalla manovra. La Pec ritocca i 14 articoli della Costituzione che impongono agli esecutivi di destinare a settori chiave, quali sanità e istruzione, una quota minima in proporzione al Pil. Ora, gli investimenti dei prossimi due decenni vengono bloccati al livello del 2016, con il solo correttivo dell’inflazione. Motivata dalla necessità di ridurre il debito, la misura rischia di tagliare considerevolmente la spesa sociale. Il giro di vite si abbatterebbe come un macigno sulle classi popolari. Sui poveri, in primo luogo, almeno il 10 per cento della popolazione. E su quei quaranta milioni di brasiliani che non lo sono più grazie ai programmi delle recenti amministrazioni, quella di Henrique Cardoso, ma soprattutto i governi del Partido dos Trabalhadores (Pt) di Luiz Inacio Lula da Silva e Dilma Rousseff.

Sono questi ex poveri, la cosiddetta nuova classe media, i principali fruitori del servizio pubblico che verrebbe sforbiciato. In modo drammatico. Oltre un terzo – il 37 per cento – secondo le stime del recente studio di un gruppo di organizzazioni cattoliche (conferenza della Famiglia francescana, commissione Giustizia e pace, Caritas Brasile, commissione Pastorale della terra, Servizio francescano di giustizia, pace e ecologia). Nel mirino, soprattutto, l’istruzione e la sanità con riduzioni importanti anche del 50 per cento. Le conseguenze sociali, dunque, si profilano pesanti. Nel documento del 27 ottobre, la Conferenza episcopale brasiliana ha chiesto al governo di non far pagare ai poveri e ai lavoratori “i conti del mancato controllo delle spese”. I vescovi hanno definito la Pec 241 “ingiusta e selettiva” perché “svantaggia i poveri, cioè quanti hanno maggior necessità dello Stato per vedere garantiti i propri diritti. Privilegia, invece, il capitale finanziario. La riforma non prevede un limite per il pagamento degli interessi, non tassa le grandi fortune e non implica un’inchiesta sul debito pubblico”. A complicare la situazione, il quadro politico fortemente instabile. Il 31 agosto, il Senato ha destituito dall’incarico di presidente, Dilma Rousseff, giudicata colpevole di aver ritoccato i conti pubblici per essere rieletta nel 2014.

Al suo posto, è subentrato l’ex vice e ora oppositore, Temer. Secondo i sostenitori di Rousseff, l’impeachment è stato un golpe. Al di là della polemica, il doloroso procedimento è stato accompagnato da una serie di scandali di corruzione che hanno travolto esponenti della maggioranza e dell’opposizione. Il che ha creato una forte disaffezione della popolazione verso la politica. E, in particolare, verso il protagonista indiscusso degli ultimi 15 anni: il Partido dos trabalhadores (Pt). Al cambio di governo, però, non è seguito il promesso repulisti. Anzi, nei primi sei mesi di amministrazione, già sei ministri hanno lasciato, travolti dagli scandali. Un contesto che poco contribuisce a dare credibilità al progetto politico del nuovo esecutivo.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

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