L'Arsenale dei giovani

di Roberto Lerda - Ogni anno passano dall’Arsenale migliaia di piedi, soprattutto giovani, che arrivano da ogni parte d’Italia: dal Piemonte al Lazio, dal Veneto alla Campania, dalla Lombardia alla Puglia. Arrivano per motivi diversi, chi per curiosità, chi su invito di un amico, chi per caso, e si trovano immersi in una realtà molto diversa dal mondo che li circonda. Una realtà che li chiama a fare nuovi incontri e a mettersi in gioco su fronti diversi.

Il servizio concreto è il primo passo: un giovane può trovarsi a smistare vestiti, giochi, alimenti e tutto ciò che la gente dona per i poveri, anche il lavoro più umile richiede cura e responsabilità. Oppure potrebbe dover dipingere una tavola di legno che diventerà la panca per un gruppo di ragazzi. O ancora capita che debba tagliare la frutta per preparare la macedonia a 450 ragazzi, o pulire un bagno per l’accoglienza notturna di uomini di strada. Talvolta gli viene chiesto un aiuto come animatore nelle attività dell’Arsenale della Piazza con i bambini e i ragazzi del quartiere. Queste attività danno al giovane l’opportunità di misurarsi con la vita quotidiana degli Arsenali, di rimboccarsi le maniche e di sporcarsi le mani (letteralmente, in molti casi).

Non sono opere straordinarie e alcune sembrano insignificanti, ma ogni servizio è prezioso perché è l’anello di una lunga catena che coinvolge tantissime persone. “Milioni di persone aiutano milioni di persone”. L’importanza non sta nel fatto che ogni gesto deve “salvare il mondo”, ma nel “bene fatto bene”. Allora anche lavare un bagno o dipingere un pezzo di legno sono preziosi, se fatti con cura. Porta frutto.

I giovani in Arsenale vivono giorni di attività continua, dentro una vera e propria fabbrica di bene che lavora ininterrottamente, per cercare di dare la risposta migliore possibile a chi bussa alla porta. Non sono certo giorni di riposo, di divano. Occorre chiedere ai giovani anche cose difficili, non giocare al ribasso, ma puntare in alto, con la consapevolezza che si cresce anche e soprattutto con la fatica.

Un tempo importante della giornata è dedicato all’incontro. L’incontro con altri giovani, a partire da problemi di attualità, e dalla lettura della Parola, aiuta a comprendere più a fondo il mondo e se stessi.

I giovani che fanno questa esperienza hanno l’opportunità di guardare il mondo così com’è, non mascherato dagli interessi personali di qualcuno o distorto dalla propaganda di parte, ma nella sua nudità, troppo spesso molto cruda: guerra, fame, miseria, povertà materiale e spirituale. Certo, gli Arsenali non sono che tre puntini rispetto alla grandezza della Terra, ma la rete di bene che si estende dietro è immensamente più grande e tocca tantissime nazioni e tantissimi Paesi, di cui molti non conoscono neppure l’esistenza. Segno che il bene si allarga. È dunque mondiale la prospettiva che un giovane può assaporare tra le mura dell’Arsenale: inevitabilmente si esce dalle quattro mura che solitamente ci circondano e ci si sente parte non solo di un gruppo più grande, ma dell’umanità in generale.

Io credo che i giovani percepiscano l’autorevolezza con cui l’Arsenale parla del mondo, perché ogni giorno diventa casa per bambini di tutti i colori, perché ogni notte le accoglienze sono piene di uomini e donne di tante nazionalità, perché sono migliaia i progetti di sviluppo in tutto il mondo… La formazione inizia con l’apertura verso l’altro e con il confronto.

Insieme all’azione concreta e all’aprire gli occhi sul mondo e interrogarsi, un terzo pilastro è lo stile di vita. Si può riassumere con una frase di dom Luciano Mendes: “Impariamo a vivere semplicemente perché gli altri possano semplicemente vivere”.

Nuovamente, l’Arsenale non è portato avanti da supereroi che risolvono tutti i problemi con doti straordinarie, ma da persone che hanno fatto della semplicità, del non-spreco, del riciclo il loro stile di vita. È questo il messaggio silenzioso che i giovani oggi possono imparare: il mondo cambia se si parte dall’attenzione alle piccole cose e dal nostro stile di vita rispettoso e onesto.

L’Arsenale propone un’esperienza intensa, che comprende anche la preghiera. Oggi molti giovani hanno chiuso con la fede. Tanti o non coltivano questa relazione o credono in un Dio da catechismo. La fede non è soltanto un pacchetto di dogmi a cui aderire o meno; è soprattutto il riscoprire che Dio fa il tifo per noi, che vuole diventare amico e compagno di ogni persona. Ma questo forse è il punto più difficile da capire, perché non mette in gioco soltanto qualche ora di volontariato, ma coinvolge tutta la persona e a volte spinge a modificare radicalmente la propria concezione del mondo. Tuttavia, nonostante queste apparenti difficoltà l’Arsenale si confronta ogni giorno con il Vangelo, l’esperienza e il messaggio di Gesù e fa questa proposta a tutti i ragazzi e le ragazze che incontra: la cosa più importante, infatti, è aiutarli a riscoprire il senso della vita e la bellezza che il messaggio di Gesù offre.

È spiazzante accorgersi che in una casa come l’Arsenale questo messaggio non è una teoria, ma è incarnato in tutte le attività: è il filo ros-so che lega ogni servizio, ogni momento di incontro o di preghiera, come la calce che non si vede ma tiene uniti i mattoni.

Oggi serve un mondo più a misura di giovani, più attento alle loro esigenze, più giusto.

I giovani respirano l’aria malsana di una società vecchia. Ma con un’esperienza come questa un giovane può rinascere, perché ha la possibilità di riscoprire in sé una dimensione spirituale spesso trascurata e di tener viva la bellezza che ha dentro.

A Porta Palazzo, nel cuore di Torino, una vecchia fabbrica di armi è diventata una fabbrica di uomini e donne, una fabbrica di futuro, che affida alle nuove generazioni responsabilità e continua a scommettere sulla loro bellezza. A volte è soffocata, a volte è nascosta, a volte è da scoprire e non è facile, ma c’è! Il viaggio continua, con fatica, ma soprattutto con la certezza che comunque, alla fine, la luce annulla il buio.



FOTO: RIZZATO / NP

 

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