L’anno che verrà

di Lucia Sali - Un anno cruciale, profondamente incerto ed erede di un 2016 già difficile tra terrorismo, crisi dei migranti irrisolta e rigurgito dei populismi, che potrebbe riverlarsi un passo decisivo verso la fine dell’Europa che conosciamo adesso. Sono le prospettive sotto cui si apre il 2017. Prima sfida, riuscire a chiudere il dossier migranti su cui l’Ue, nonostante gli sforzi della Commissione europea, è profondamente divisa. L’arrivo della nuova presidenza maltese dell’Ue, più sensibile al problema di quella anti-migranti della Slovacchia conclusasi a dicembre, lascia aperto uno spiraglio per la gestione del dossier nei prossimi sei mesi. La sua stretta interconnessione con il problema del terrorismo, sfruttato ancor più dalle forze populiste dopo la strage di Berlino, rimette però a rischio la tenuta di Schengen, lo spazio di libera circolazione in Europa, nonostante le misure già prese da Bruxelles per rafforzare controlli e cooperazione tra le forze di polizia dei 28.

Il contesto di estrema incertezza a livello internazionale non aiuta. Al conflitto in Siria dove la Russia ha una responsabilità chiave e alla situazione di instabilità in Turchia, che minaccia di ricusare l’accordo con l’Ue e riversarvi un nuovo flusso di rifugiati, si aggiunge l’incognita del nuovo presidente Usa Donald Trump. Per di più anche il destino dell’Ucraina e gli equilibri in Iran, dopo gli annunci di Trump di voler annullare l’intesa sullo stop al programma nucleare raggiunto con la mediazione Ue dell’Alto rappresentante Federica Mogherini. All’incertezza esterna si aggiunge quella interna all’Ue: in base agli annunci della premier britannica Theresa May, l’intenzione è di dare davvero avvio alla Brexit facendola scattare entro fine marzo.

Bruxelles vuole rendere l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione la più dura e difficile possibile, in modo da scoraggiare ogni velleità da parte di altri stati membri, in particolare quelli dell’Est come l’Ungheria e la Polonia. Varsavia è un altro grattacapo maggiore per la Commissione europea: in un anno appena il governo euroscettico e nazionalista guidato dal Pis di Jarosław Kaczyński sta sovvertendo lo stato di diritto, ma Bruxelles ha paura di intervenire in modo deciso con la sospensione del diritto di voto della Polonia in sede Ue e dell’erogazione dei fondi europei. Il fatto è che le stesse istituzioni europee in questo momento sono deboli: dopo l’addio del tedesco Martin Schulz, l’Europarlamento deve eleggere un nuovo presidente per cui sono in corsa per le due principali famiglie politiche due italiani, il socialista (Pd) Gianni Pittella e il popolare (Fi) Antonio Tajani. In ballo c’è l’equilibrio delle cariche tra Commissione, Consiglio e Parlamento: nel risiko Ue, potrebbe saltare la testa anche del presidente del Consiglio Donald Tusk, popolare polacco il cui incarico è in scadenza, ma anche del presidente della Commissione, il popolare lussemburghese Jean-Claude Juncker.

La loro debolezza deriva anche dal fatto che da marzo si apre un anno elettorale da cui potrebbe uscire un’Europa completamente diversa con l’affermazione dei movimenti populisti tra Olanda, Francia, Italia e Germania. Resta poi il terreno scivoloso dell’economia dove la ripresa stenta a decollare: la Commissione Ue ha proposto flessibilità all’Italia e una politica espansionistica per l’insieme dell’eurozona, ma la partita con i falchi dell’austerità è tuttora aperta all’Eurogruppo, dove è in forse la presidenza dell’olandese Jeroen Dijsselbloem viste le elezioni all’Aja, e si giocherà nei prossimi mesi. C’è però una nota positiva concreta per tutti i cittadini europei: il 2017 porterà la fine reale dei sovraccosti del roaming. Da metà giugno si potrà finalmente viaggiare liberamente in Europa pagando chiamate, sms e internet esattamente come a casa.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

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