Sermig

Mino il giusto

di Renzo Agasso - Cristiano e politico. Di quelli, cioè, che danno a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. E che non si mettono nulla in tasca. Mino Martinazzoli, fresco segretario della Dc nel 1992, detta subito il suo comandamento: “Primo: non rubare. Non solo i denari ma anche la speranza delle persone”.

Il partito l’aveva eletto non sapendo più a che santo votarsi, in quell'ottobre dell’anno primo di Mani pulite. Non restava che Martinazzoli, il bresciano colto, silenzioso, appartato, disinteressato. Martinazzoli il galantuomo. Chiuse la Dc e aprì il Partito Popolare nella speranza generosa di “non far piangere più i democristiani”.

Perdute le elezioni del 1994, si dimise subito, via fax. Farà ancora il sindaco di Brescia, per dovere e per un solo mandato. Si presenterà in Lombardia, candidato alla Presidenza della Regione senza speranza, perché era un generoso e intendeva davvero la politica come servizio al bene comune.

Non si candiderà più a nulla, rarissimo, forse unico, esempio di politico di quel livello capace di dire basta. Citava il poeta inglese Eliot: “Per noi non c’è che tentare. Il resto non ci riguarda”. E don Primo Mazzolari, che sosteneva “che dovevamo attrezzarci per essere un poco all'opposizione. Ma precisava: non all'opposizione degli altri, piuttosto all'opposizione di noi stessi, delle nostre grettezze, del nostro egoismo, se necessario delle nostre ambizioni”.

Mi disse un giorno: “Qualche volta mi è venuto fatto di dire in sostanza che quale che sia il nostro ruolo in quel momento, la nostra responsabilità, ci tocca di essere lì ma un poco anche da un’altra parte. Di pensare anche all'altro che c’è rispetto alla più immediata prova esistenziale che in quel momento ci tocca. Per fare questo – non è facilissimo, immagino, perché la natura umana è fatta così – credo che due buoni ingredienti, secondo me non così estranei alla nostra sensibilità, siano da un lato l’ironia, dall'altro la pietà. Ironia per se stessi, prima di tutto, prima ancora che per gli altri. Che non è il sarcasmo, non è l’ostilità, è la capacità di guardare un poco in controluce le cose, di sapere il nostro limite.

La pietà è la pietà di noi, quindi necessariamente la pietà degli altri, che pure ci aiuta a non esasperare, tanto più nella politica, quella tendenza che la politica ha in sé, perché riguarda il potere, a diventare violenza, a diventare eccesso”. Perché “la politica conta, ma la vita conta di più”.

Renzo Agasso
PEOPLE
Rubrica di NUOVO PROGETTO