Bravi genitori

di Gabriella Delpero - I genitori di un bambino di quasi quattro anni, preoccupati perché da alcuni mesi il loro piccolo presenta continui tic – che cambiano forma ed intensità e che a volte si riducono spontaneamente, ma non scompaiono mai del tutto – si rivolgono a diversi medici specialisti nella speranza di trovare una cura definitiva. Naturalmente è stato spiegato loro più volte che fortunatamente il loro bambino non è affetto da alcuna malattia: i tic sono solo movimenti involontari (che quindi il soggetto non può assolutamente controllare o reprimere), non si possono curare con farmaci e sono semplicemente un modo che il corpo di alcuni bambini trova per manifestare una tensione emotiva.

Infatti anche i vari esami di laboratorio e gli altri accertamenti eseguiti hanno confermato nel bambino un eccellente stato di salute fisica. Ma tutto ciò non riesce affatto a tranquillizzare i genitori né ad arrestare il loro peregrinare alla ricerca di una “soluzione”. Sembra proprio impossibile per entrambi accettare un possibile segnale di disagio nel loro bambino. Il papà, in particolare, riconosce di sentirsi molto in ansia, si dice terrorizzato dall’idea che il figlio diventi bersaglio delle prese in giro altrui e soprattutto teme che il sintomo persista per anni. La mamma racconta di aver manifestato da piccola lo stesso disturbo, che con il tempo si è affievolito fino a scomparire.

Mentre lo riferisce si mostra molto agitata e si intuisce il suo sentirsi “colpevole” di aver trasmesso al figlio un proprio “difetto” e la sua paura di vedersi puntare il dito addosso dal marito angosciato. Entrambi poi riconoscono di non riuscire a trattenersi dal chiedere al bambino di “smetterla di fare così perché il papà e la mamma si spaventano”. Il piccolo a quel punto reagisce mettendosi a piangere e ripetendo di non farlo apposta, oppure si sforza di immobilizzare rigidamente capo e spalle con il risultato di compiere movimenti ancora più anomali e vistosi. Sottolineare il tic lo fa infatti sentire sbagliato e gli crea ansia, che a sua volta si esprime con il tic… in un circolo vizioso in cui tutta la famiglia appare ora intrappolata.

Un figlio va accolto ed accettato per quello che è: questo è un processo faticoso perché nasce dal riconoscimento dello scarto che sempre c’è tra il bambino sognato e quello reale. I genitori, invece, obbediscono a volte al bisogno del meraviglioso, dell’eccezionale: “Il mio bambino sì che è speciale, praticamente perfetto!”, pensano.

Quando poi il bambino mostra qualche difficoltà o punto debole si “spaventano” e lo caricano della responsabilità di non corrispondere al loro desiderio, all’immagine ideale che si erano fatti di lui. Egli incarna inaspettatamente un’incongruenza sgradita, temuta come definitiva e che costituisce una profonda ferita al proprio narcisismo, al proprio bisogno di conferme. Ci si può sentire bravi genitori solo se il figlio si dimostra all’altezza delle proprie aspettative! Un figlio può insomma essere desiderato, cercato e accolto esclusivamente per se stessi.

Ma un uomo diventa padre (e una donna diventa madre) solo grazie ad un movimento verso l’esterno, verso l’altro: occorre dirigersi verso un figlio, chinarsi su di lui, uscire dal proprio mondo ed entrare nel suo. Anche un figlio richiede un sì totale, senza condizioni, preparato per anni e vissuto incessantemente con coraggio e fedeltà.

Gabriella Delpero
PSICHE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

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