Sermig

La speranza non muore

di Gian Mario Ricciardi - Sperare, lavorare, pregare, amare. La tragedia del Gran Sasso è la vittoria della vita, è la rivincita dell’uomo, è il trionfo della volontà. I corpi distesi, fissati nell’addio più brutto, sotto la neve, freddati nella morsa del gelo sono la prova della cattiveria, dell’insondabile perfidia umana, sono l’immagine di un Dio che non ha ascoltato perché i suoi disegni non combaciano con i nostri.

Anche loro hanno sperato, anche loro hanno pregato, anche loro hanno sognato di vedere una luce nel tunnel, una grande luce. Dio ha taciuto. È il silenzio di Dio: inspiegabile, a volte assurdo, certamente incomprensibile, ma reale. Per loro e a loro va il nostro dolore come una ferita aperta e sanguinante, una voce che implora invano.

Sono un po’ come i nostri silenzi, i muri, il cuore duro. Ma loro sono morti, stretti della morsa del ghiaccio, vittime di una montagna ferita. Vittime dell’uomo, non di Dio che tutto può e tutto fa per l’uomo. La tremenda voragine umana aperta da incuria, disprezzo, natura offesa e violazione dell’ordine e dell’amore della montagna sono lì, ancora, ad interrogarci, a porci domande sulla vita e la morte di famiglie, bambini, vite offese, spezzate, spente.

Ma nel silenzio del Gran Sasso, ora che tutto è passato, c’è altro: la morte e la vita, l’attesa, la speranza, la delusione. Tutto in un miscuglio indistinto che, poi, è l’uomo, la sua terra, il suo mondo, le sue vite. E, di fronte a quelle fissità immense e insormontabili, ci chiediamo se le nostre piccole cattiverie, le punture di spillo o le ferite di coltello, le nostre parole usate come pietre, hanno ancora un senso.

Quando nel mattino gelido ed irreale, alcune flebili voci sono filtrate attraverso un ammasso indistinto di macerie, ferro, pietre e neve, il sole ha brillato sull’albergo sepolto dal ghiaccio. Quelle voci, quei volti, sono la prova che Dio, a volte, rimedia agli errori dell’uomo e alle bizzarre giravolte di una natura che è per l’uomo, ma che, a volte, l’uomo, solo l’uomo, ha trasformato in nemica.

Quelle voci a due giorni dal boato, la colata, il fango sembrano volerci dare un segno della Provvidenza. Quei bambini, quelle donne, quegli uomini con l’intuito, l’intelligenza, l’esperienza, sono riusciti a sopravvivere, rifugiandosi nel sottotetto di una cucina. Terrorizzati dalla furia del mondo, si sono rannicchiati in un angolo, e, sono sicuro, hanno pregato. Le loro lacrime si sono fuse con quelle dei monaci che, usciti dal loro convento distrutto dal terremoto, salivano a piedi nudi verso la montagna e sono stati braccati da tre metri di neve. Non hanno imprecato, non hanno urlato la loro rabbia, hanno camminato.

Loro sul sentiero, le famiglie dell’albergo nel loro rifugio tra cemento, neve e solitudine hanno capito di non essere soli. Hanno camminato i monaci, hanno parlato con uomini e donne perché i bambini non piombassero nel terrore incontrollabile. Devono essere state ore lunghe, eterne, infinite. Loro rannicchiati, fradici, forse feriti e ammaccati dalle macerie e dalla fatica di vivere. Soli, con ritagli di cibo ed un fuoco ma con la speranza che li ha accompagnati nel silenzio tombale fino alla luce del nuovo giorno. Fuori, mano a mano che i minuti passavano, il cortile e il piano si animavano dei primi soccorritori giunti sugli sci perché le frese, le turbine, gli spazzaneve erano stati bloccati dalla neve.

Forse hanno avvertito qualche flebile rumore, i guaiti dei cani, ma nessuno sentiva le loro grida di aiuto, nessuno. Poi, dopo due notti e due giorni trascorsi nell’assoluta solitudine, hanno sentito, hanno risposto. Sì, per mano dell’uomo, grazie agli uomini che eroicamente si sono spesi senza sosta, potevano rivedere la luce che, con Dio, avevano sperato di ritrovare. Loro lì, i monaci su un altro versante, divisi e uniti, lontani ma vicini, hanno ritrovato la tenera carezza di Dio.

Gian Mario Ricciardi
TODAY
Rubrica di NUOVO PROGETTO