Sermig

A misura di bambino

di Renato Bonomo e Valentina di Turinetto - l’idea di vivere in modo speciale la messa insieme ai nostri bimbi è nata durante uno dei campi famiglia in Arsenale quando abbiamo sperimentato la preghiera del mattino animata proprio dai più piccoli. Ogni giornata iniziava con un brano del Vangelo presentato dai bambini attraverso una drammatizzazione e un simbolo, un oggetto semplice, di uso quotidiano che per analogia doveva spiegare il messaggio profondo dei versetti letti.

Per capire i bambini hanno bisogno di vedere e toccare. Ecco allora l’importanza di spezzare una pagnotta di pane, distribuirla e mangiarla tra noi per avvicinarci al mistero dell’eucaristia. Oppure immergersi nel buio di una stanza per capire che cosa vuol dire che anche la luce di una piccola candela può annullare il buio. Oppure costruire una croce di legno che si può smontare e con gli stessi pezzi dare vita ad una porta per spiegare che Gesù, attraverso il dono di sé, ci indica la via da seguire. Sono alcuni dei simboli che abbiamo pensato per trasmettere ai bambini la bellezza del Vangelo e che alla fine hanno aiutato anche noi adulti a rinnovare il nostro stupore.

In un cammino come quello di fede noi genitori cresciamo tanto quanto i nostri figli, anzi i bambini possono veramente evangelizzare gli adulti perché i bambini sanno stupirli e guidarli a vedere la realtà con quella semplicità disarmante che i grandi hanno perso per strada. Questa bella scoperta ci ha convinto a vivere l’esperienza della Parola a portata di bambino con costanza, in occasione della messa della domenica. Durante la liturgia della parola i bambini – soprattutto in età prescolare – si mettono in uno spazio della chiesa dedicato a loro e ascoltano un genitore che a turno racconta per loro il Vangelo e propone un simbolo. Spesso poi colorano un disegno relativo al Vangelo e al termine leggono una preghiera semplice che riassume il senso della Scrittura.

Anche i bambini hanno bisogno di pregare – e non solo con le preghiere canoniche – hanno bisogno di parlare di Gesù, di scoprire come si viveva ai suoi tempi e chi erano i suoi amici, di rivolgersi con naturalezza al Padre. La loro riflessione e i disegni diventano poi il dono che offrono al sacerdote, durante l’offertorio. Per noi genitori diventa un impegno a vivere l’eucaristia in modo nuovo, a servizio dei più piccoli. Diventa un modo per vivere l’eucaristia non solo la domenica ma anche in settimana a casa attraverso la lettura, la meditazione e il commento della Parola.

Questa esperienza, che ormai va avanti da qualche anno, nasce da un tempo di attesa, non è il frutto di un’intuizione estemporanea. È cresciuta parallelamente al nostro desiderio di diventare famiglia con altre famiglie, impastando le nostre storie con la storia che si sta svolgendo all’Arsenale. In fondo l’Arsenale non è altro che una casa in cui passano molti bambini e giovani e la cui fraternità ha sempre avuto a cuore i più piccoli. È stato quindi un percorso avvolto da attesa, desiderio e preghiera.

Il mestiere del genitore è difficilissimo: spesso parliamo troppo quando invece i nostri figli avrebbero bisogno di testimonianze. È faticoso perché nessuno ha delle ricette universalmente valide. Però se è vero che la condivisione costa tempo e fatica è pur vero che è il passo necessario per costruire qualcosa. Da soli non si può molto, la soluzione sta nel mettere insieme le famiglie: ma può non bastare. A volte i figli non hanno solo bisogno di padri e madri ma anche di fratelli e sorelle maggiori. Le famiglie sono chiamate ad aprirsi per creare rete con i consacrati in un unico impegno condiviso di fraternità in cui non dovrebbe più esistere la figura del catechista perché tutti lo siamo un po’.

La vita di fede dimostra che si cresce attraverso l’incontro con persone belle e non grazie ad una dottrina. Abbiamo così cominciato a ragionare, a metterci in gioco, a condividere convinzioni come l’opportunità di trasformare la quotidianità in un’occasione continua di educazione alla fede, l’importanza dell’approfondimento della Parola, la necessità di formare prima noi stessi per poi formare i nostri figli senza delegare ad altri.

La fede non è un capitolo particolare e separato della nostra vita ma, come ci insegna la Spiritualità della Presenza, la vita di fede e di preghiera è tanto naturale quanto lo sono il mangiare e il respirare per il corpo. Come ogni giorno ci preoccupiamo di nutrire il nostro corpo così dovremmo preoccuparci di alimentare la nostra anima. In questa prospettiva, educare alla fede non significa insegnare qualcosa ma piuttosto creare le condizioni perché Dio possa operare nei nostri figli lasciando crescere quel seme d’amore che non siamo stati noi genitori a seminare. Con la nostra esperienza stiamo semplicemente cercando di custodire quel bene così prezioso per noi e i propri figli.

Il tempo ci dirà se il nostro impegno sarà stato ben speso. Intanto nostro figlio di 7 anni ha cominciato il suo percorso di catechismo in parrocchia. Ci ha stupito una sua domanda: che cosa è il catechismo? La nostra risposta è stata che è un cammino di conoscenza di Gesù. E lui tranquillamente: “Allora io faccio catechismo tutte le volte che vado in Arsenale!”. Ci ha rincuorato sapere che per lui il catechismo e l’amicizia con Gesù sono già parti integranti della vita.




FOTO: TURINETTO / NP