Brasile, penitenziari a rischio

di Lucia Capuzzi - Nel carcere di Alcaçuz, nel Rio Grande do Norte, in due settimane, la polizia non è riuscita a spegnere la rivolta. Il governo del presidente Michel Temer (foto) ha dovuto spedire l’esercito per controllarla. Quando i militari sono finalmente entrati nella struttura, il 2 febbraio, si sono ritrovati di fronte almeno 26 cadaveri, assassinati a colpi di machete, arma da fuoco, pietra. Il numero esatto di vittime, però, non si conosce: tanti potrebbero essere stati sepolti in fosse clandestine. Nelle settimane precedenti c’erano stati altri due mega massacri nelle prigioni brasiliane.
Nel penitenziario Anísio da Jobim di Manaus, nello Stato di Amazonas, il giorno di Capodanno, sono stati uccisi 54 detenuti, dopo diciassette ore di sevizie. La seconda peggior tragedia nella storia carceraria del Paese, dopo quella di Carandirú, a San Paolo, dove nel 1992 morirono in 111.

Sei giorni dopo, una nuova strage s’è consumata nell’istituto di Monte Cristo, a Boa Vista, nel Roraima: 33 morti. Le ultime vittime – cinque – risalgono al 23 febbraio, durante una sparatoria nella prigione di Odenir Guimarães a Goiânia, nello Goiás. Il bagno di sangue ha commosso papa Francesco che ha rivolto un pensiero al dramma delle carceri brasiliane nell’udienza di mercoledì 5 gennaio. La macabra scansione delle stragi è legata a due fenomeni, tragicamente connessi.
Primo, la guerra tra le due principali organizzazioni criminali brasiliane: il Comando vermelho (Pv) e il Primeiro comando capital (Pcc). Il Comando gestisce il business della droga a Rio de Janeiro, il secondo a San Paolo. Il fronte del conflitto, però, si trova nel nord e nord-est del Paese, dove passano le rotte di traffico della cocaina verso gli Usa e l’Europa. La concorrenza per il dominio di queste ultime ha provocato la rottura della ventennale alleanza tra Comando Vermelho – in fase di crisi – e il Pcc, in ascesa e, dunque, ansioso di conquistare nuovi spazi.

Le trincee sono le prigioni. Proprio ad Anísio da Jobim è cominciata la guerra do tráfico — come la chiamano i brasiliani –, tra giugno e luglio 2015, con la decapitazione di tre leader del Pcc.
Da allora, omicidi e stragi si sono ripetuti con tragica puntualità. L’episodio più grave si è verificato lo scorso 16 ottobre. In due attacchi quasi simultanei nei penitenziari di Monte Cristo, nel Roraima e di Porto Velho in Rondônia, sono stati uccisi diciotto detenuti di Comando Vermelho. Le autorità si erano impegnate a garantire una più rigorosa separazione fra i prigionieri. I massacri sono, però proseguiti. Anzi, si sono intensificati.
E qui veniamo alla seconda questione. Lo Stato non ha il controllo delle prigioni. Per questo, esse sono delle vere e proprie bombe a orologeria. Nessuno, però, se ne accorge, fin quando non esplodono.
«Già nel 2012, il Consiglio superiore della giustizia aveva denunciato il fatto che i penitenziari fossero nelle mani dei trafficanti. Non stiamo parlando di casi isolati, è il 99 per cento», rivela padre Valdir João Silveira, coordinatore nazionale della pastorale carceraria. In cambio di un sussidio mensile, alquanto misero, i detenuti devono dare la vita per il clan, obbedendo a qualunque ordine venga loro imposto. Essi diventano, dunque, carne da cannone per dimostrare la potenza dei differenti gruppi. Le carneficine rientrano in questa logica di equilibrio sempre precario.

Perché i prigionieri accettano questo gioco, in cui sono sistematicamente perdenti? «La violenza da parte delle autorità è tale che i detenuti si legano alle gang per sopravvivere. Spesso, i soldi elargiti dai trafficanti a chi aderisce, sono l’unico mezzo per comprare cibo e medicine, che lo Stato non fornisce. Nelle 160 strutture penitenziarie dello Stato di San Paolo affollate da 230mila reclusi, dove abbiamo un monitoraggio costante, muoiono in 450 all’anno. La gran parte delle volte il caso viene archiviato come morte naturale. Domando: «È naturale morire perché non puoi pagare un farmaco o perché nessuno ti assiste quando sei malato?», prosegue il sacerdote. Padre Valdir racconta un dettaglio inquietante.
«Sono stato nel carcere Anísio Jobím di Manaus, poco dopo la strage.

I familiari mi hanno consegnato una lettera. Risaliva al 2015. I carcerati denunciavano condizioni disumane: cibo scarso e di pessima qualità, niente medicine né letti, repressione.
Ma soprattutto dicevano di aver paura di non sopravvivere a causa del clima di violenza. Ora, i firmatari del testo sono tutti morti. La missiva era stata, poi, recapitata ai vertici della struttura e alle istituzioni dello Stato di Amazonas.
Perché nessuno ha fatto niente? Perché 56 persone sono state lasciate morire senza agire? Forse perché erano poveri e in gran parte neri? Non si trattava certo di boss. Ho conversato a lungo con i parenti, la maggior parte vive in catapecchie ed è analfabeta».
In tale contesto, la politica brasiliana di incarcerazione facile alimenta la piaga del narcotraffico, invece di risolverla. «I penitenziari sono scuole di crimine», sottolinea padre Valdir.
Nonché «strumento di tortura per i poveri», gli fa eco padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata e vice coordinatore della pastorale.

Con quasi 700mila prigionieri, il gigante latinoamericano ha la quarta popolazione reclusa del pianeta, dopo Stati Uniti, Cina e Russia. Di questi – in base a dati ufficiali – il 60 per cento è nero, la quasi totalità sono giovani, il 75 per cento hanno a malapena la licenza elementare. Il 42 per cento, inoltre, è in attesa di giudizio. Risultato: il Paese vanta il record internazionale di sovraffollamento, a quota 147 per cento. «Entrano per un furto ed escono narcos. Se non vengono ammazzati in qualche scontro. Come è accaduto a Boa Vista», afferma padre Gianfranco. Il sacerdote, per 15 anni, ha visitato la struttura ogni martedì. «Là, in una struttura per meno di 600 stavano in 1.200, ammassati in condizioni disumane». Di fronte all’emergenza, il governo di Michel Temer ha annunciato entro fine mese un nuovo piano di sicurezza. Il progetto prevede, oltre all’intensificazione della lotta al crimine, la costruzione di cinque nuove prigioni. «Proprio quello che non occorre. Ci vogliono misure alternative », conclude padre Gianfranco.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

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