Scegliere è difficile

di Gabriella Delpero - La crescita di un ragazzo passa attraverso una lunga serie di scelte, di bivi di fronte ai quali egli si trova a decidere se imboccare questa o quella strada.
Ci sono momenti in cui optare per una cosa piuttosto che per un’altra può decidere del nostro futuro: sono le occasioni in cui ci giochiamo tutto! Questa consapevolezza è avvertita spesso da genitori e figli nei riguardi di scelte classiche, che si presentano puntualmente nella vita di tutti i giovani, come può essere la decisione su quale percorso di studi seguire dopo la scuola dell’obbligo o a quale facoltà universitaria iscriversi dopo la maturità.

Purtroppo la stessa rilevanza non viene invece data da genitori e figli a mille altre scelte – quotidiane, banali, sporadiche, determinanti, vitali – che si riferiscono a diversi aspetti dell’esistenza. Penso ad esempio alla scelta di quali coetanei e ambienti frequentare, di quali attività praticare nel tempo libero, di quali divertimenti o spettacoli preferire, ma anche a quali maestri accordare la propria fiducia, a quali mode aderire e a quali sottrarsi, da quale mentalità lasciarsi attrarre e da quale prendere le distanze. A queste scelte oggi si tende a non attribuire molta importanza e prevalgono a riguardo atteggiamenti e prospettive piuttosto superficiali. La risposta – vaga e generica – che più frequentemente si sente dare alla domanda sul perché di una determinata decisione o di un certo comportamento, è che in fondo “non c’è nulla di male”.

Come se la scelta dovesse sempre e semplicemente essere tra il bene e il male in assoluto e non invece tra il bene vero e il bene falso. Tutte le opzioni, nelle scelte serie, hanno infatti almeno una parvenza di bene e c’è sempre qualche elemento che potrebbe essere il contrario di ciò che sembra: è questo che rende terribilmente difficile scegliere! I genitori di Paolo, per esempio, raccontano di aver acconsentito alla richiesta del figlio quindicenne di frequentare in palestra un corso di difesa personale pensando di metterlo così più al sicuro in caso di aggressione da parte dei tanti coetanei bulli di cui secondo loro “è piena la scuola”.

Peccato che non si siano accorti che l’intenzione di Paolo fosse quella di apprendere tecniche sempre più efficaci da utilizzare a danno dei compagni durante le frequenti risse di cui si era reso da tempo protagonista. La mamma di Rebecca, invece, sostiene di aver a lungo chiuso un occhio sulle tante ore (diurne e notturne) trascorse dalla ragazzina sui social network perché stremata dall’insistenza sulla sua assoluta necessità di socializzare con altri adolescenti: peccato che non si sia affatto chiesta se la figlia fosse al corrente dei rischi connessi ad un uso scorretto del web, né si sia preoccupata di controllare se non fosse anche lei coinvolta nella pesante azione di cyber-bullismo (che tra l’altro è un reato a tutti gli effetti) intrapresa da alcune compagne di classe contro una ragazza giudicata sfigata.

Per i genitori scegliere la cosa giusta qualche volta è davvero difficile: occorre partire da dati oggettivi, avere chiari tutti i termini della questione in gioco, chiedersi se non si sta sottovalutando o sopravvalutando qualcosa, saper intuire le vere necessità (non solo quelle sbandierate!) e soprattutto le intenzioni dei figli, e infine non partire in quarta mossi unicamente dal desiderio di accontentarli. Chi non possiede un parametro interiore, un riferimento sicuro a cui rifarsi per mantenere dritta la rotta della vita, corre il rischio di non arrivare mai a scelte ragionate e responsabili. Il centro dell’educazione non sta nelle idee dell’adulto o nei suoi sentimenti, ma nel cuore del ragazzo e nella ricerca del suo autentico bene.

Gabriella Delpero
PSICHE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

 

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