Sermig

Il prezzo dell’amore

Cesare Falleti - CUORE PUROdi Cesare Falletti - Spesso ci sentiamo troppo poveri per fare quel bene che vorremmo fare o perlomeno di cui sentiamo il dovere, anche se non è detto che ne abbiamo un vero desiderio. Il dovere di essere buoni, a causa dell’immagine di noi stessi, che dovremmo presentare ai nostri simili, della coscienza che non riusciamo a liberare, o di qualche oscuro senso di timore, si scontra con molti altri movimenti che frenano la vera o presunta generosità. Dicendo “troppo poveri” non parlo di una povertà materiale. La gestione dei beni economici, infatti, con tutte le ambiguità che provoca nel cuore delle persone, difficilmente è la causa diretta che impedisce la bontà; infatti essa ripiega talmente il cuore su se stesso che fa perdere la chiarezza della necessità, per la persona stessa, di fare del bene. Quando si è preoccupati o anche semplicemente troppo occupati dallo sviluppo del proprio benessere materiale, non c’è più quella spinta naturale ad avere un cuore che respira, che si dilata, come dice il salmo 118, ma interessa solo più la dilatazione del portafoglio e, in tal modo, il cuore si atrofizza.

La povertà di cui parlo è quella per cui noi ci sentiamo impotenti davanti al dramma del mondo che ci circonda; questo fatto ci angoscia e ci disturba. Ci angoscia perché talvolta la miseria dei nostri simili ci sommerge e ci ferisce, grida e ci butta in faccia la violenza della miseria altrui; ci disturba perché agli umani fa orrore scontrarsi con i propri limiti, col non potere fare, non sapere cosa fare, scoprire la doppiezza che ci abita, fra il volere e il non volere. Messi di fronte a questa nostra povertà possiamo scoprire di avere molte altre risorse che vengono a compensarla: il desiderio di fare il bene e l’accettazione di lasciare entrare in noi l’altro nella sua semplicità e nell’invadenza della sua povertà stimola la nostra fantasia e riusciamo ad inventare delle soluzioni e delle risposte alla chiamata che hanno una bellezza e una luce che le soluzioni più evidenti non avranno mai.

È così che qualche tempo fa una bambina trovandosi davanti ad una mendicante all’uscita della messa domenicale, dopo aver brevemente riflettuto, senza darlo a vedere, anzi correndo spensierata, si è fermata, è tornata sui suoi passi e l’ha abbracciata, spiegando in seguito che non avendo dei soldi da dare, aveva pensato che possedeva ancora qualcosa, che invece poteva dare: un abbraccio. Il desiderio di donare del bene non ha trovato ostacoli né nella mancanza di denaro, né nella naturale timidezza, né nelle riserve che la mentalità sociale poteva avanzare.

Bambino che corre dalla sua mamma per abbracciarlaIl fare il bene non ha limiti, non ha ostacoli, non è frenato dal “questo non si fa” o dal timore delle conseguenze, come neppure dalla possibile reazione del destinatario del bene. È la cosa più libera e più genuina che possediamo e quindi quella che ci umanizza di più. Cresciamo in umanità nel fare il bene, perché in noi tutto ciò che è la nostra vera bellezza si mette in moto: l’intelligenza, il sentimento, la fantasia, ma anche il corpo con tutti i suoi elementi che fanno la bellezza unica di ciascuno: lo sguardo, il sorriso, il gesto, il movimento, talvolta la parola e perfino il respiro. La bellezza riflessa in uno specchio è solo qualcosa di parziale, di incompleto e di fugace; lasciato lo specchio ci si dimentica di cosa si è visto, dice san Giacomo. Mentre quando ci si pone in modo positivo davanti ad un altro, specialmente a uno che si presenta a noi nella sua miseria, nel suo dipendere dalla nostra bontà, si acquista una bellezza che non si cancella, che non appassisce né sfiorisce. È un attimo eterno, che porta in sé l’apparire del Signore, che invade la tenebra e l’ombra della morte che avviluppa il mondo, della luce del Trasfigurato, dello splendore della comunione della Trinità.

Cesare Falletti
CUORE PURO
Rubrica di NUOVO PROGETTO