Sermig

L’ultimo sguardo

di Gian Mario Ricciardi - L’esperienza della malattia, le domande sul fine vita, la speranza che non si arrende.
Cronaca di un sì che mi ha cambiato la vita. Era un novembre triste e sconsolato. Nella notte, nella nebbia impenetrabile, un’ambulanza scende, silenziosa, da Fossano verso Bra, provincia di Cuneo. Sopra c’è mia madre che sta morendo ed ha quello sguardo che tutti, per una volta abbiamo visto: il luccichio degli occhi che segnala vita, lucidità, consapevolezza. La sera sembra più buia ancora di più con quei muri di nebbia. C’è silenzio. Tanto. Scendiamo e, con fatica, arriviamo. Le prendo la mano, con la delicatezza di un figlio che lei avrebbe voluto altro, forse prete, ma che è cronista ora della sua vita. Rivedo le lunghissime (interminabili notti) in ospedale, l’asciugamano in mano, accanto a Lei, sperando nel miglioramento, sperando nel miracolo. Che non c’è stato.

Ogni sera così, alternandomi con i miei due fratelli, don Piero e Tino, la notte e il giorno con parenti ed amici. Giorni pesanti, settimane invalicabili, qualche raggio di luce, tanta malinconia. Ogni volta che alzavo lo sguardo, però, incrociavo quello di mia mamma. Ed era come leggere oltre quei guizzi di vita: c’era speranza, c’era fede vera.
Ogni volta che sento parlare di finevita mi ritorna in mente. Che pesanti quelle ore in ospedale, che insopportabili quelle finzioni che, come in una tragica commedia, si replicano ad ogni incontro di amici e parenti.
Ma poi c’era la preghiera. C’era il rosario, c’erano le dieci Ave Maria quasi sussurrate, spesso con le lacrime che scendevano discrete ma copiose. C’erano i ricordi dei giorni felici di mia madre, Angela, con noi, con la famiglia, coi nipoti. Ed era come dimenticare, per un attimo, la rude e cruda realtà di un respiro che, gradualmente si faceva sempre più breve e lieve.

Sono stati, quelli, giorni pesanti. Passavo la notte, mi cambiavo in qualche stanza del reparto, andavo a lavorare e tornavo il giorno dopo. Così per settimane, così per mesi. Viene il giorno che non ce la fai più. Ti lamenti, ti chiedi quando finirà, poi ti riprendi e sei di nuovo lì, con la mano nella sua a sentire scorrere la vita e pregare. Poi venne quella notte di nebbia ed ancora altre ore nell’alternanza straziante di dolore, lamenti, speranza e preghiera. No, non è stata leggera quella notte, come quelle precedenti peraltro. Ma al mattino, vedere, il lampo fiducioso degli occhi di mia madre, ti ripagava di tutto. Cure, accanimento terapeutico, lasciarsi morire erano mondi lontanissimi da noi. C’era una vita che provava, a volte disperatamente a stare a galla, a battere e sconfiggere la malattia. C’era una vita che palpitava. Quelle ore hanno concluso, tragicamente ma con serenità la sua esistenza, mi hanno dimostrato, sulla pelle, che la vita, il più grande dono di Dio, non si può buttare così, togliendo la spina. Non si può.

Gian Mario Ricciardi
TODAY
Rubrica di NUOVO PROGETTO