Sermig

La “guerra” di Youssef

di Matteo Spicuglia - Fatica e sogni delle seconde generazioni straniere. La storia di un giovane marocchino.
«Sono marocchino perché nato in Marocco. Ma sono anche italiano perché cresciuto in Italia». Il ragionamento non fa una piega. Youssef ti guarda diritto negli occhi con tutta la determinazione dei 25 anni. Una vita breve, eppure così intensa. Arrivato a Torino quando aveva appena 3 mesi. I primi passi in una soffitta di Porta Palazzo, la prima casa della sua famiglia numerosa: papà camionista, mamma casalinga e sei figli. «Fino a sei anni ho vissuto in casa con mia mamma, lei non poteva uscire da sola, perché mio padre non voleva. Ricordo giornate dolcissime con lei, ma l’italiano l’ho imparato dai cartoni animati».

Youssef oggi non ha paura a raccontare la sua guerra, quella contro usanze e tradizioni di un piccolo paese del Nordafrica che i suoi genitori pensavano di tenere vive anche in Italia. «Ho combattuto contro una mentalità che non poteva funzionare, ma ho sofferto molto perché quando ti scontri con le persone che ami e che non capiscono ti senti impotente». La tradizione entrava in gioco in continuazione. «Ero poco più che adolescente e da un po’ di tempo ormai vivevo intensamente il mio primo amore. Ogni cosa veniva manovrata da mia madre. “Mohamed, ho trovato una bellissima ragazza per te, quando ti vuoi sposare fai fare a me, fidati!”, diceva rivolgendosi a mio fratello maggiore. Io ero consapevole di essere ben lontano da un eventuale matrimonio e nemmeno ci pensavo a parlarne con mia madre, ma lei sapeva per vie traverse della mia storia e spesso dal nulla mi rivolgeva frasi spezza gambe: “Ehi tu! Guarda che quella non te la sposi, sappilo! Quella ti ha fatto un maleficio!”».

Nonostante tutto, Youssef non si è mai arreso. La rabbia è stato il cartello stradale che ha indicato la sua direzione. Non ha mai giudicato i suoi genitori, in fondo li ha compresi, ma ha lottato per provare a cambiare le cose dall’interno. «I miei oggi mi considerano un tipo originale, – dice con un sorriso – ma mi hanno lasciato libero. Con il tempo, hanno cominciato a capire. Oggi, mi rendo conto della fatica che hanno fatto. Per mia madre, per esempio, era assolutamente normale chiedere il permesso a mio padre per uscire, rimanere chiusa in casa per giornate intere. Oggi non lo fa più. Mi viene da dire che il problema non è solo degli uomini, anche le donne devono capire che certe cose non sono giuste». Youssef oggi lavora come operaio, ma sogna di diventare uno scrittore. Ha già raccontato la sua storia in un libro intitolato Diario di un marocchino (edizioni Booksprint), una testimonianza semplice e schietta sulle ferite del passato e le speranze del futuro. «Noi ragazzi stranieri nati o cresciuti in Italia cambieremo l’immagine a volte negativa o stereotipata legata ai nostri Paesi di origine. Possiamo scrivere una pagina nuova». Quella che Youssef vede negli occhi del suo primo nipotino, nato da pochi giorni.

«È la terza generazione questa, – ha scritto – non siamo più solo figli, stiamo diventando padri di figli che più di noi riconosceranno questa terra come madre. Il nodo che ci lega alle tradizioni, che amiamo e odiamo, oggi si trasforma in congiunzione. Congiunzione tra radici, che non vanno dimenticate, e traguardi che non avevano mai sfiorato le nostre ambizioni. È ancora lunga la strada da percorrere, ma non importa più quando morirò io e il punto esatto in cui cadranno le mie battaglie tradite da una presa stanca, oggi è nato qualcuno in grado di portarle avanti al posto mio. Benvenuto Abdel- Kader, lo zio sta lottando per renderti fiero del cognome che porti».

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO